Domenica delle Palme (Anno A)

Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!

Il racconto della passione di Gesù è il tesoro più grande che la Chiesa possieda: è di una tale ricchezza che non finiremo mai di studiare, meditare, contemplare, per vivere e gustare il nostro incontro con Dio.
Il racconto della Passione secondo Matteo (26-27) è il centro della Liturgia della domenica delle Palme, inizio della Settimana Santa. Il Vangelo di Matteo che intende annunciare che Gesù è “Dio con noi”, qui raggiunge il vertice della rivelazione: la Croce nella quale Dio si rivela nel suo “farsi niente” è il termine dell’Incarnazione, dello “svuotamento di Dio” iniziato nella nascita a Betlemme.
Nella lettura della Passione di Gesù si possono seguire molte linee: quella “affettiva”, la “Via Crucis”, che partendo dalla descrizione dei Vangeli, suscita una partecipazione intima, personale (la com-passione) alle sofferenze di Gesù, come esempio da imitare; quella “esistenziale-salvifica”, sulla quale insiste spesso S.Paolo, che vede in Gesù colui che soffre per l’uomo peccatore, per salvarlo dal suo peccato; quella “teologica-trinitaria” che vede nella Passione la rivelazione definitiva di Dio. Quest’ultima è certamente la più profonda: ci introduce nella contemplazione della verità di Dio, nel suo mistero, per farci raggiungere la verità dell’uomo coinvolto nell’azione rivelativa di Dio.
All’inizio del racconto della Passione troviamo il dramma di Pietro, che è pure il nostro. Mentre vanno verso il monte degli ulivi, cantato l’inno dopo la cena, Gesù dice: “Voi, tutti, vi scandalizzerete per causa mia, in questa notte…”. Pietro riponde: “Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. E Gesù: “In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Pietro risponde: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Il Vangelo aggiunge: “Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli”.
Certamente Pietro è sincero: egli pensa di conoscere bene se stesso… Ma Gesù ha detto: “vi scandalizzerete”. Pietro pensa di conoscere bene Gesù, di potersi “fidare” di Lui: in realtà non poteva prevedere lo scarto tra l’idea che lui aveva di Dio, il grande, potente, vincitore Dio d’Iraele, e la vera idea di Dio, possibile solo dopo aver visto il Crocifisso.
E comincia il dramma di Pietro. “Gesù lo prese con sé, insieme ai due figli di Zebedeo, e cominciò a provare tristezza e angoscia e disse loro: ?La mia anima è triste fino alla morte: restate qui e vegliate con me’. E avanzatosi un po’ si prostrava e pregava…Poi tornò dai discepoli che dormivano…”. Pietro dorme: perché dorme? Come può dormire in quella situazione? Certo, lui che sarebbe disposto a morire da eroe con Gesù, non regge a quel disgusto psicologico provocato dalla visione di un inedito Gesù prostrato dall’angoscia. Comincia lo “scandalo” di Pietro, abituato a vedere Gesù come il Maestro, che parla ed agisce sempre con autorità: non lo ha mai visto come un uomo vero, fragile, che ha bisogno di essere consolato, sostenuto…Anche i discepoli hanno gli occhi appesantiti, segno di un accecamento interiore, di confusione mentale che offusca la loro mente.
Gesù prega, da solo: non regge all’angoscia. Ogni volta che sveglia i discepoli, abituati ad una fiducia sicura e tranquilla in lui, provoca in loro un nuovo choc: comincia ad affiorare il dubbio se sia davvero lui il Messia, quest’uomo che si umilia, barcolla… E si sgretola la loro fede in un Dio che dovrebbe manifestarsi per salvare questo “suo” Cristo.
La certezza di Pietro si sgretola definitivamente quando Giuda, uno dei Dodici, con una grande folla, le guardie, i servi sei sacerdoti, vengono ad arrestarlo. La reazione di Gesù è solo: “Amico, per questo sei qui?” Pietro fa l’ultimo tentativo per morire da eroe, ma Gesù lo sconfessa pubblicamente: “Metti la spada nel fodero”. Nella notte arrestano Gesù come un malfattore, e lui non reagisce.
“Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”: il loro smarrimento è totale, quello che loro avevano sperato in Gesù, sembra perduto.
Pietro è un uomo diviso, confuso nella sua identità: non sa più chi è Gesù e non sa più chi lui è. Segue Gesù da lontano. Alla serva che gli si avvicina e gli dice: “Anche tu eri con Gesù”, risponde: “Non caapisco che cosa tu voglia dire”… “Non conosco quell’uomo” E completamente smarrito: chi è Gesù, nel quale ha creduto? Se Dio non interviene per lui, non può essere un giusto! Ma chi è Dio?
“E subito un gallo cantò”. Il canto del gallo coglie un uomo confuso: ma Pietro “si ricorda” della parola di Gesù. Ma lui aveva mai ascoltato la Parola di Gesù? O aveva ascoltato solo se stesso?
“Uscito fuori, pianse amaramente”. Pietro era chiuso in se stesso, nella sua certezza, nelle sue paure, nella sua visione di Dio: adesso, tra le lacrime prende coscienza di se stesso, della sua povertà, ma non ha più paura. Adesso ha cominciato a sentire che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato anche da lui, che va a morire anche per lui. Adesso ha cominciato ad “uscire” da sé e a capire: voleva dare la vita per Gesù, deve lasciare che Gesù dia la vita per lui. Ha cominciato ad entrare nella conoscenza del mistero di Dio, l’Amore che si dona all’uomo che ha il coraggio di uscire da tutte le sue paure, ambiguità, prepotenze, l’Amore vero nel quale l’uomo trova la sua verità.
Adesso Pietro, (e noi con lui) tra le lacrime, può seguire il cammino di Gesù fino alla morte in Croce per vedere chi è Dio: la debolezza di Dio, la vulnerabilità di Dio, e Giuda, Pilato, i capi dei sacerdoti e il sinedrio, il popolo, i soldati, il popolo… Nessuno si lascia vincere dalla sua offerta di amicizia che smaschera quanto di ambiguo si nasconde nel cuore degli uomini, ma a cui essi rimangono così aggrappati: il mistero di Dio, Amore che si annienta per donarsi all’uomo mentre gli svela la sua fragilità!
Eppure l’uomo (noi) non riesce ad uscire dal suo cerchio di paura, esasperazione, ripicca, stoltezza…A Gesù non rimane che lasciarsi uccidere, morire: l’Amore non può desistere dal suo offrirsi. Non rimane che la morte: la morte di Dio. I passanti, i teologi, i ladri… sfidano Gesù: vorrebbero un Dio diverso, potente, che dà le prove della propria divinità.
“Dall’ora sesta ci furono le tenebre su tutta la terra fino all’ora nona. Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” La morte di Gesù, la nostra morte, la morte di Dio: il Vangelo ci accompagna fino all’estremo possibile nel narrarci la morte di Gesù. Angoscia, tenebra, solitudine, abbandono, perché? Gesù prova tutto ciò che è umano: non poteva scendere dalla Croce, salvarci in modo diverso? Ma allora non sarebbe stato “con noi” fino in fondo, non avrebbe preso sul serio la malignità dell’uomo e del mondo. L’ “abbandono” diventa un abbraccio d’Amore: “Dio mio” è il grido estremo di Gesù. “Il velo del Tempio si squarciò”: ecco, adesso, attraverso le lacrime vediamo il volto di Dio.
“Davvero costui era Figlio di Dio”. La potenza di Cristo si è rivelata nella debolezza, la luce di Dio nell’oscurità, la gloria nel grido di dolore, di abbandono di Gesù: noi siamo chiamati alla conoscenza di un Dio diverso da quello a cui siamo tanto attaccati. Il Dio lontano, intangibile, grande, che schiaccia i nemici, si è fatto debole, povero, vulnerabile, può entrare nel cuore di ogni uomo, può diventare esperienza di ciascuno, anche la nostra.

Mons. Gianfranco Poma

Fonte: www.lachiesa.it

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