LETTERA ENCICLICA “LAUDATO SI’” DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLA CURA DELLA CASA COMUNE

LETTERA  ENCICLICA “LAUDATO SI’”

DEL  SANTO  PADRE FRANCESCO

SULLA  CURA  DELLA  CASA  COMUNE

1.

«.Laudato si’, mi’ Signore.», cantava san  Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricor­dava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: «.Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.».

2.

Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Sia­mo cresciuti pensando che eravamo suoi pro­prietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat­tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «.geme e soffre le doglie del parto.» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Niente di questo mondo ci risulta indifferente

3.

Più di cinquant’anni fa, mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare, il santo Papa Giovanni XXIII scrisse un’Enciclica con la quale non si limitò solamente a respingere la guerra, bensì volle trasmettere una proposta di pace. Diresse il suo messaggio Pacem in terris a tut­to il “mondo cattolico”, ma aggiungeva «.nonché a tutti gli uomini di buona volontà.». Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Nella mia Esortazione Evangelii gaudium, ho scritto ai membri della Chiesa per mobilita­re un processo di riforma missionaria ancora da compiere. In questa Enciclica, mi propongo spe­cialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune.

4.

Otto anni dopo la Pacem in terris, nel 1971, il beato Papa Paolo VI si riferì alla problemati­ca ecologica, presentandola come una crisi che è «.una conseguenza drammatica.» dell’attività in­controllata dell’essere umano: «.Attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli ri­schia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.». Parlò anche alla FAO della possibilità, «.sotto l’effetto di contraccolpi della civiltà industriale, di […] una vera catastro­fe ecologica.», sottolineando «.l’urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità.», perché «.i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilian­ti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso so­ciale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo.»

5.

San Giovanni Paolo II si è occupato di que­sto tema con un interesse crescente. Nella sua pri­ma Enciclica, osservò che l’essere umano sembra «.non percepire altri significati del suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini di un immediato uso e consumo.». Successiva­mente invitò ad una conversione ecologica globale. Ma nello stesso tempo fece notare che si mette poco impegno per «.salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ecologia umana.». La di­struzione dell’ambiente umano è qualcosa di mol­to serio, non solo perché Dio ha affidato il mon­do all’essere umano, bensì perché la vita umana stessa vita è un dono che deve essere protetto da diverse forme di degrado. Ogni aspirazione a curare e migliorare il mondo richiede di cambiare profondamente gli «.stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società.». L’autentico sviluppo umano possiede un carattere morale e presuppone il pieno rispetto della persona uma­na, ma deve prestare attenzione anche al mondo naturale e «.tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un si­stema ordinato.» Pertanto, la capacità dell’essere umano di trasformare la realtà deve svilupparsi sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio.

6.

Il mio predecessore Benedetto XVI ha rin­novato l’invito a «.eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente.»

Ha ricordato che il mondo non può essere ana­lizzato solo isolando uno dei suoi aspetti, perché «.il libro della natura è uno e indivisibile.» e inclu­de l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti. Di conseguenza, «.il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana.»

Papa Benedetto ci ha proposto di riconoscere che l’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal nostro comportamento irresponsabile. An­che l’ambiente sociale ha le sue ferite. Ma tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall’idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti. Si dimentica che «.l’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura.» Con paterna preoccupazione ci ha invitato a riconoscere che la creazione risulta compromessa «.dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprie­tà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non ricono­sciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vedia­mo soltanto noi stessi.»

Uniti da una stessa preoccupazione

7.

Questi contributi dei Papi raccolgono la ri­flessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teo­logi e organizzazioni sociali che hanno arricchi­to il pensiero della Chiesa su tali questioni. Non possiamo però ignorare che anche al di fuori della Chiesa Cattolica, altre Chiese e Comunità cristia­ne – come pure altre religioni – hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa ri­flessione su questi temi che stanno a cuore a tutti noi. Per citare solo un esempio particolarmente significativo, voglio riprendere brevemente parte del contributo del caro Patriarca Ecumenico Bar­tolomeo, con il quale condividiamo la speranza della piena comunione ecclesiale.

8.

Il Patriarca Bartolomeo si è riferito partico­larmente alla necessità che ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché «.nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici.», siamo chiamati a riconoscere «.il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravol­gimento e alla distruzione dell’ambiente.» Su questo punto, egli si è espresso ripetutamente in maniera ferma e stimolante, invitandoci a ricono­scere i peccati contro la creazione: «.Che gli esse­ri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compro­mettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati.» Perché «.un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio.».

9.

Allo stesso tempo Bartolomeo ha richiamato l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei pro­blemi ambientali, che ci invitano a cercare solu­zioni non solo nella tecnica, ma anche in un cam­biamento dell’essere umano, perché altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi. Ci ha propo­sto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avi­dità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che «.significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che io voglio a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. È liberazione dalla paura, dall’avidità e dalla dipendenza.» Noi cristiani, inoltre, siamo chia­mati ad «.accettare il mondo come sacramento di comunione, come modo di condividere con Dio e con il prossimo in una scala globale. È nostra umile convinzione che il divino e l’umano si in­contrino nel più piccolo dettaglio della veste sen­za cuciture della creazione di Dio, persino nell’ul­timo granello di polvere del nostro pianeta.»

San Francesco d’Assisi

10.

Non voglio procedere in questa Enciclica senza ricorrere a un esempio bello e motivante. Ho preso il suo nome come guida e come ispira­zione nel momento della mia elezione a Vescovo di Roma. Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale. Era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore.

11.

La sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso cate­gorie che trascendono il linguaggio delle scien­ze esatte o della biologia e ci collegano con l’es­senza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predica­va persino ai fiori e «.li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione.». La sua re­azione era molto più che un apprezzamento in­tellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo disce­polo san Bonaventura narrava che lui, «.conside­rando che tutte le cose hanno un’origine comu­ne, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella.» Questa convinzione non può essere disprezzata come un romantici­smo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza que­sta apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i no­stri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle ri­sorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrie­tà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio.

12.

D’altra parte, san Francesco, fedele alla Scrittura, ci propone di riconoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà: «.Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore.» (Sap 13,5) e «.la sua eterna potenza e divinità ven­gono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute.» (Rm 1,20). Per questo chiedeva che nel convento si la­sciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero ele­vare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza. Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contemplia­mo nella letizia e nella lode.

Il mio appello

13.

La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci crea­to. L’umanità ha ancora la capacità di collabora­re per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringrazia­re tutti coloro che, nei più svariati settori dell’at­tività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Merita­no una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambia­mento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze de­gli esclusi.

14.

Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dia­logo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondia­le ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Pur­troppo, molti sforzi per cercare soluzioni concre­te alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinte­resse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vesco­vi del Sudafrica, «.i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio.». Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cul­tura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità.

15.

Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellez­za della sfida che ci si presenta. In primo luo­go, farò un breve percorso attraverso vari aspetti dell’attuale crisi ecologica allo scopo di assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi di­sponibile, lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue. A partire da questa panora­mica, riprenderò alcune argomentazioni che sca­turiscono dalla tradizione giudeo-cristiana, al fine di dare maggiore coerenza al nostro impegno per l’ambiente. Poi proverò ad arrivare alle radici del­la situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde. Così potremo proporre un’ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda. Alla luce di tale riflessione vorrei fare un passo avanti in al­cune ampie linee di dialogo e di azione che coin­volgano sia ognuno di noi, sia la politica interna­zionale. Infine, poiché sono convinto che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo, proporrò alcune linee di ma­turazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana.

16.

Ogni capitolo, sebbene abbia una sua tema­tica propria e una metodologia specifica, ripren­de a sua volta, da una nuova prospettiva, questio­ni importanti affrontate nei capitoli precedenti. Questo riguarda specialmente alcuni assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica. Per esempio: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo para­digma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di inten­dere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave re­sponsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita. Questi temi non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti.

CAPITOLO PRIMO – QUELLO CHE STA ACCADENDO ALLA NOSTRA CASA

17.

Le riflessioni teologiche o filosofiche sul­la situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità. Per questo, prima di riconoscere come la fede apporta nuove motivazioni ed esigenze di fronte al mondo del quale facciamo parte, propongo di soffermarci brevemente a considerare quello che sta accaden­do alla nostra casa comune.

18.

La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’inten­sificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quel­la che in spagnolo alcuni chiamano “rapidación” (rapidizzazione). Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la ve­locità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costan­te non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale. Il cambiamento è qualcosa di auspica­bile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità.

19.

Dopo un tempo di fiducia irrazionale nel progresso e nelle capacità umane, una parte della società sta entrando in una fase di maggiore con­sapevolezza. Si avverte una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, e matura una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta. Fac­ciamo un percorso, che sarà certamente incom­pleto, attraverso quelle questioni che oggi ci pro­vocano inquietudine e che ormai non possiamo più nascondere sotto il tappeto. L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare.

I. Inquinamento e cambiamenti climatici

Inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto

20.

Esistono forme di inquinamento che colpi­scono quotidianamente le persone. L’esposizio­ne agli inquinanti atmosferici produce un ampio spettro di effetti sulla salute, in particolare dei più poveri, e provocano milioni di morti premature. Ci si ammala, per esempio, a causa di inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto dai combu­stibili utilizzati per cucinare o per riscaldarsi. A questo si aggiunge l’inquinamento che colpisce tutti, causato dal trasporto, dai fumi dell’indu­stria, dalle discariche di sostanze che contribu­iscono all’acidificazione del suolo e dell’acqua, da fertilizzanti, insetticidi, fungicidi, diserbanti e pesticidi tossici in generale. La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica so­luzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri.

21.

C’è da considerare anche l’inquinamento prodotto dai rifiuti, compresi quelli pericolosi presenti in diversi ambienti. Si producono centi­naia di milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, molti dei quali non biodegradabili: rifiuti domestici e commerciali, detriti di demolizioni, rifiuti clinici, elettronici o industriali, rifiuti altamente tossici e radioattivi. La terra, nostra casa, sembra trasfor­marsi sempre più in un immenso deposito di im­mondizia. In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi, che ora appaiono sommersi da spazzatura. Tanto i rifiuti industriali quanto i prodotti chimici uti­lizzati nelle città e nei campi, possono produrre un effetto di bio-accumulazione negli organismi degli abitanti delle zone limitrofe, che si verifi­ca anche quando il livello di presenza di un ele­mento tossico in un luogo è basso. Molte volte si prendono misure solo quando si sono prodotti effetti irreversibili per la salute delle persone.

22.

Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli es­seri umani esclusi quanto le cose che si trasfor­mano velocemente in spazzatura. Rendiamoci conto, per esempio, che la maggior parte della carta che si produce viene gettata e non ricicla­ta. Stentiamo a riconoscere che il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivo­ri, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova gene­razione di vegetali. Al contrario, il sistema indu­striale, alla fine del ciclo di produzione e di con­sumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consu­mo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare. Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura del­lo scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero, ma osserviamo che i progressi in questa direzione sono ancora molto scarsi.

Il clima come bene comune

23.

Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema com­plesso in relazione con molte condizioni essen­ziali per la vita umana. Esiste un consenso scien­tifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale ri­scaldamento è stato accompagnato dal costan­te innalzamento del livello del mare, e inoltre è difficile non metterlo in relazione con l’aumento degli eventi meteorologici estremi, a prescindere dal fatto che non si possa attribuire una causa scientificamente determinabile ad ogni fenome­no particolare. L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per com­battere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. È vero che ci sono altri fattori (quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, il ciclo solare), ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande concen­trazione di gas serra (anidride carbonica, meta­no, ossido di azoto ed altri) emessi soprattutto a causa dell’attività umana. La loro concentrazione nell’atmosfera impedisce che il calore dei raggi solari riflessi dalla terra si disperda nello spazio. Ciò viene potenziato specialmente dal modello di sviluppo basato sull’uso intensivo di combustibili fossili, che sta al centro del sistema energetico mondiale. Ha inciso anche l’aumento della pra­tica del cambiamento d’uso del suolo, principal­mente la deforestazione per finalità agricola.

24.

A sua volta, il riscaldamento ha effetti sul ciclo del carbonio. Crea un circolo vizioso che aggrava ancora di più la situazione e che inciderà sulla disponibilità di risorse essenziali come l’ac­qua potabile, l’energia e la produzione agricola delle zone più calde, e provocherà l’estinzione di parte della biodiversità del pianeta. Lo sciogli­mento dei ghiacci polari e di quelli d’alta quota minaccia la fuoriuscita ad alto rischio di gas me­tano, e la decomposizione della materia organi­ca congelata potrebbe accentuare ancora di più l’emissione di anidride carbonica. A sua volta, la perdita di foreste tropicali peggiora le cose, giacché esse aiutano a mitigare il cambiamento climatico. L’inquinamento prodotto dall’anidride carbonica aumenta l’acidità degli oceani e com­promette la catena alimentare marina. Se la ten­denza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inau­diti e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi. L’innalzamento del livello del mare, ad esempio, può creare situazioni di estrema gravità se si tiene conto che un quarto della popolazione mondiale vive in riva al mare o molto vicino ad esso, e la maggior parte delle megalopoli sono situate in zone costiere.

25.

I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituisco­no una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono forte­mente dalle riserve naturali e dai cosiddetti ser­vizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali. Non hanno altre disponibilità economiche e altre risorse che permettano loro di adattarsi agli impatti climatici o di far fronte a situazioni catastrofiche, e hanno poco accesso a servizi sociali e di tutela. Per esempio, i cam­biamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adat­tarsi, e questo a sua volta intacca le risorse pro­duttive dei più poveri, i quali pure si vedono ob­bligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciu­ti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi dram­mi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile.

26.

Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano con­centrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti po­tranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di con­sumo. Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e svi­luppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione. Tuttavia, in alcuni Paesi ci sono stati progressi che comin­ciano ad essere significativi, benché siano lontani dal raggiungere una proporzione importante. Ci sono stati anche alcuni investimenti in modali­tà di produzione e di trasporto che consumano meno energia e richiedono minore quantità di materie prime, come pure in modalità di costru­zione o ristrutturazione di edifici che ne migliori­no l’efficienza energetica. Ma queste buone prati­che sono lontane dal diventare generali.

II. La questione dell’acqua

27.

Altri indicatori della situazione attuale sono legati all’esaurimento delle risorse naturali. Co­nosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’at­tuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abi­tudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.

28.

L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è in­dispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta so­stenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene ammi­nistrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori del­la popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono diffici­le la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29.

Un problema particolarmente serio è quel­lo della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a ser­vizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono al­cune attività estrattive, agricole e industriali, so­prattutto in Paesi dove mancano una regolamen­tazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

30.

Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiore costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mer­cato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per que­sto è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debi­to si salda in parte con maggiori contributi eco­nomici per fornire acqua pulita e servizi di de­purazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consape­volezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

31.

Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari pro­dotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scar­sità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbe­ro colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo.23

III. Perdita di biodiversità

32.

Anche le risorse della terra vengono depre­date a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. La perdita di foreste e bo­schi implica allo stesso tempo la perdita di specie che potrebbero costituire nel futuro risorse estre­mamente importanti, non solo per l’alimentazio­ne, ma anche per la cura di malattie e per molte­plici servizi. Le diverse specie contengono geni che possono essere risorse-chiave per rispondere in futuro a qualche necessità umana o per risol­vere qualche problema ambientale.

33.

Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimen­ticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sem­pre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche atti­vità umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto.

34.

Probabilmente ci turba venire a conoscen­za dell’estinzione di un mammifero o di un vola­tile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorgani­smi. Alcune specie poco numerose, che di soli­to passano inosservate, giocano un ruolo critico fondamentale per stabilizzare l’equilibrio di un luogo. È vero che l’essere umano deve interveni­re quando un geosistema entra in uno stadio cri­tico, ma oggi il livello di intervento umano in una realtà così complessa come la natura è tale, che i costanti disastri causati dall’essere umano pro­vocano un suo nuovo intervento, in modo che l’attività umana diventa onnipresente, con tutti i rischi che questo comporta. Si viene a creare un circolo vizioso in cui l’intervento dell’essere umano per risolvere una difficoltà molte volte aggrava ulteriormente la situazione. Per esempio, molti uccelli e insetti che si estinguono a motivo dei pesticidi tossici creati dalla tecnologia, sono utili alla stessa agricoltura, e la loro scomparsa dovrà essere compensata con un altro interven­to tecnologico che probabilmente porterà nuovi effetti nocivi. Sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di ri­solvere i problemi creati dall’essere umano. Ma osservando il mondo notiamo che questo livel­lo di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contempo­raneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti. In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi.

35.

Quando si analizza l’impatto ambientale di qualche iniziativa economica , si è soliti conside­rare gli effetti sul suolo, sull’acqua e sull’aria, ma non sempre si include uno studio attento dell’im­patto sulla biodiversità, come se la perdita di al­cune specie o di gruppi animali o vegetali fosse qualcosa di poco rilevante. Le strade, le nuove colture, le recinzioni, i bacini idrici e altre costru­zioni, vanno prendendo possesso degli habitat e a volte li frammentano in modo tale che le popo­lazioni animali non possono più migrare né spo­starsi liberamente, cosicché alcune specie vanno a rischio di estinzione. Esistono alternative che almeno mitigano l’impatto di queste opere, come la creazione di corridoi biologici, ma in pochi Pa­esi si riscontra tale cura e tale attenzione. Quando si sfruttano commercialmente alcune specie, non sempre si studia la loro modalità di crescita, per evitare la loro eccessiva diminuzione con il con­seguente squilibrio dell’ecosistema.

36.

La cura degli ecosistemi richiede uno sguar­do che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e faci­le, a nessuno interessa veramente la loro preserva­zione. Ma il costo dei danni provocati dall’incuria egoistica è di gran lunga più elevato del beneficio economico che si può ottenere. Nel caso della perdita o del serio danneggiamento di alcune specie, stiamo parlando di valori che eccedono qualunque calcolo. Per questo, possiamo essere testimoni muti di gravissime inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale.

37.

Alcuni Paesi hanno fatto progressi nella conservazione efficace di determinati luoghi e zone – sulla terra e negli oceani – dove si proibi­sce ogni intervento umano che possa modificar­ne la fisionomia o alterarne la costituzione origi­nale. Nella cura della biodiversità, gli specialisti insistono sulla necessità di porre una speciale at­tenzione alle zone più ricche di varietà di specie, di specie endemiche, poco frequenti o con minor grado di protezione efficace. Ci sono luoghi che richiedono una cura particolare a motivo della loro enorme importanza per l’ecosistema mon­diale, o che costituiscono significative riserve di acqua e così assicurano altre forme di vita.

38.

Ricordiamo, per esempio, quei polmoni del pianeta colmi di biodiversità che sono l’Amaz­zonia e il bacino fluviale del Congo, o le grandi falde acquifere e i ghiacciai. È ben nota l’impor­tanza di questi luoghi per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità. Gli ecosistemi delle foreste tropicali hanno una biodiversità di gran­de complessità, quasi impossibile da conoscere completamente, ma quando queste foreste ven­gono bruciate o rase al suolo per accrescere le coltivazioni, in pochi anni si perdono innume­revoli specie, o tali aree si trasformano in aridi deserti. Tuttavia, un delicato equilibrio si impone quando si parla di questi luoghi, perché non si possono nemmeno ignorare gli enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali. Di fatto esistono «.proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, che servono solo agli interessi economici delle mul­tinazionali.».24 È lodevole l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e coope­rano in modo critico, anche utilizzando legittimi meccanismi di pressione, affinché ogni gover­no adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali.

39.

Neppure la sostituzione della flora selvati­ca con aree piantate a bosco, che generalmente sono monocolture, è solitamente oggetto di un’a­deguata analisi. In realtà essa può colpire grave­mente una biodiversità che non è albergata dalle nuove specie che si piantano. Anche le zone umi­de, che vengono trasformate in terreno agricolo, perdono l’enorme biodiversità che ospitavano. In alcune zone costiere è preoccupante la scompar­sa degli ecosistemi costituiti da mangrovie.

40.

Gli oceani non solo contengono la maggior parte dell’acqua del pianeta, ma anche la maggior parte della vasta varietà di esseri viventi, molti dei quali ancora a noi sconosciuti e minacciati da diverse cause. D’altra parte, la vita nei fiumi, nei laghi, nei mari e negli oceani, che nutre gran parte della popolazione mondiale, si vede colpita dal prelievo incontrollato delle risorse ittiche, che provoca diminuzioni drastiche di alcune specie. Ancora si continua a sviluppare modalità seletti­ve di pesca che scartano gran parte delle specie raccolte. Sono particolarmente minacciati orga­nismi marini che non teniamo in considerazione, come certe forme di plancton che costituiscono una componente molto importante nella catena alimentare marina, e dalle quali dipendono, in de­finitiva, specie che si utilizzano per l’alimentazio­ne umana.

41.

Addentrandoci nei mari tropicali e subtro­picali, incontriamo le barriere coralline, che cor­rispondono alle grandi foreste della terraferma, perché ospitano approssimativamente un milio­ne di specie, compresi pesci, granchi, molluschi, spugne, alghe. Molte delle barriere coralline del mondo oggi sono sterili o sono in continuo de­clino: «.Chi ha trasformato il meraviglioso mon­do marino in cimiteri subacquei spogliati di vita e di colore?.» Questo fenomeno è dovuto in gran parte all’inquinamento che giunge al mare come risultato della deforestazione, delle monoculture agricole, dei rifiuti industriali e di metodi distrut­tivi di pesca, specialmente quelli che utilizzano il cianuro e la dinamite. È aggravato dall’aumento della temperatura degli oceani. Tutto questo ci aiuta a capire come qualunque azione sulla na­tura può avere conseguenze che non avvertiamo a prima vista, e che certe forme di sfruttamento delle risorse si ottengono a costo di un degrado che alla fine giunge fino in fondo agli oceani.

42.

È necessario investire molto di più nella ri­cerca, per comprendere meglio il comportamen­to degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente. Poiché tutte le creatu­re sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ogni territorio ha una responsabilità nella cura di questa famiglia, per cui dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospi­ta, in vista di sviluppare programmi e strategie di  protezione, curando con particolare attenzione le specie in via di estinzione.

IV. Deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale

43.

Se teniamo conto del fatto che anche l’es­sere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone.

44.

Oggi riscontriamo, per esempio, la smisu­rata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salu­te, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visi­vo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordi­nati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura.

45.

In alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatiz­zazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali “ecologici” solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evi­tare che altri entrino a disturbare una tranquillità artificiale. Spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree “sicure”, ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società.

46.

Tra le componenti sociali del cambiamen­to globale si includono gli effetti occupazionali di alcune innovazioni tecnologiche, l’esclusione sociale, la disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo dell’energia e di altri servizi, la fram­mentazione sociale, l’aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità. Sono segni, tra gli altri, che mostrano come la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglio­ramento della qualità della vita. Alcuni di questi segni sono allo stesso tempo sintomi di un vero degrado sociale, di una silenziosa rottura dei le­gami di integrazione e di comunione sociale.

47.

A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diven­tano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correreb­bero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. Questo ci richiede uno sforzo affinché tali mez­zi si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incon­tro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquina­mento mentale. Nello stesso tempo, le relazioni reali con gli altri, con tutte le sfide che implica­no, tendono ad essere sostituite da un tipo di co­municazione mediata da internet. Ciò permette di selezionare o eliminare le relazioni secondo il nostro arbitrio, e così si genera spesso un nuo­vo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura. I mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti. Tuttavia, a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza persona­le. Per questo non dovrebbe stupire il fatto che, insieme all’opprimente offerta di questi prodotti, vada crescendo una profonda e malinconica in­soddisfazione nelle relazioni interpersonali, o un dannoso isolamento.

V. Inequità planetaria

48.

L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affronta­re adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno atti­nenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della so­cietà colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «.Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostra­no che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera.».26 Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche pena­lizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inqui­namento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non ha dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta an­che nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio suffi­ciente nelle agende del mondo.

49.

Vorrei osservare che spesso non si ha chia­ra consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbli­go o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequente­mente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza con­tatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflet­tono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.

50.

Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non man­cano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di “salute riproduttiva”. Però, «.se è vero che l’ineguale distribuzione della popolazione e delle risorse disponibili crea osta­coli allo sviluppo e ad un uso sostenibile dell’am­biente, va riconosciuto che la crescita demogra­fica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale.».28 Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e se­lettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attua­le modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzio­ne che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo de­gli alimenti che si producono, e «.il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero.» Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribu­zione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi lega­ti all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita.

51.

L’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con con­seguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati nel Nord industrializzato hanno prodotto dan­ni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame. In modo particolare c’è da calcolare l’u­so dello spazio ambientale di tutto il pianeta per depositare rifiuti gassosi che sono andati accu­mulandosi durante due secoli e hanno generato una situazione che ora colpisce tutti i Paesi del mondo. Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni. A questo si uniscono i danni causati dall’esportazione verso i Paesi in via di sviluppo di rifiuti solidi e liquidi tossici e dall’at­tività inquinante di imprese che fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale: «.Constatiamo che spesso le imprese che operano così sono multinazionali, che fanno qui quello che non è loro permesso nei Paesi sviluppati o del cosid­detto primo mondo. Generalmente, quando ces­sano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi danni umani e ambientali, come la disoccupa­zione, villaggi senza vita, esaurimento di alcune riserve naturali, deforestazione, impoverimento dell’agricoltura e dell’allevamento locale, crateri, colline devastate, fiumi inquinati e qualche opera sociale che non si può più sostenere.»

52.

Il debito estero dei Paesi poveri si è tra­sformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro fu­turo. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco in­quinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e del­le risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commer­ciali e di proprietà strutturalmente perverso. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo im­portante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile. Le regioni e i Paesi più poveri han­no meno possibilità di adottare nuovi modelli di riduzione dell’impatto ambientale, perché non hanno la preparazione per sviluppare i processi necessari e non possono coprirne i costi. Per­ciò, bisogna conservare chiara la coscienza che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate e, come hanno detto i Vescovi degli Stati Uniti, è opportuno puntare «.specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti.» Bisogna rafforzare la consapevolez­za che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’in­differenza.

VI. La debolezza delle reazioni

53.

Queste situazioni provocano i gemiti di so­rella terra, che si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e ri­sponda al suo progetto di pace, bellezza e pie­nezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichi­no strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione  degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.

54.

Degna di nota è la debolezza della reazio­ne politica internazionale. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facil­mente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti. In questa linea il Documento di Aparecida chiede che «.negli interventi sulle risorse naturali non prevalgano gli interessi di gruppi economici che distruggono irrazionalmen­te le fonti di vita.» L’alleanza tra economia e tec­nologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati. Così ci si po­trebbe aspettare solamente alcuni proclami super­ficiali, azioni filantropiche isolate, e anche sforzi per mostrare sensibilità verso l’ambiente, mentre in realtà qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose sarà visto come un disturbo provocato da sognatori romantici o come un ostacolo da eludere.

55.

A poco a poco alcuni Paesi possono mo­strare progressi importanti, lo sviluppo di controlli più efficienti e una lotta più sincera contro la corruzione. È cresciuta la sensibilità ecologica delle popolazioni, anche se non basta per modi­ficare le abitudini nocive di consumo, che non sembrano recedere, bensì estendersi e sviluppar­si. È quello che succede, per fare solo un sempli­ce esempio, con il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria: i mercati, cercando un profitto immediato, stimolano an­cora di più la domanda. Se qualcuno osservasse dall’esterno la società planetaria, si stupirebbe di fronte a un simile comportamento che a volte sembra suicida.

56.

Nel frattempo i poteri economici conti­nuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignora­re ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degra­do ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi «.qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.».

57.

È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con no­bili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei po­poli, e i rischi diventano enormi quando si pensa all’energia nucleare e alle armi biologiche. Infatti «.nonostante che accordi internazionali proibisca­no la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di altera­re gli equilibri naturali.» Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?

58.

In alcuni Paesi ci sono esempi positivi di risultati nel migliorare l’ambiente, come il risa­namento di alcuni fiumi che sono stati inquinati per tanti decenni, il recupero di boschi autoctoni, o l’abbellimento di paesaggi con opere di risa­namento ambientale, o progetti edilizi di gran­de valore estetico, progressi nella produzione di energia non inquinante, nel miglioramento dei trasporti pubblici. Queste azioni non risolvono i problemi globali, ma confermano che l’essere umano è ancora capace di intervenire positiva­mente. Essendo stato creato per amare, in mezzo ai suoi limiti germogliano inevitabilmente gesti di generosità, solidarietà e cura.

59.

Nello stesso tempo, cresce un’ecologia su­perficiale o apparente che consolida un certo in­torpidimento e una spensierata irresponsabilità. Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo ten­tati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di de­grado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tem­po nelle condizioni attuali. Questo comporta­mento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lot­tando per non riconoscerli, rimandando le decisio­ni importanti, facendo come se nulla fosse.

VII. Diversità di opinioni

60.

Infine, riconosciamo che si sono sviluppate diverse visioni e linee di pensiero in merito alla situazione e alle possibili soluzioni. Da un estre­mo, alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolveranno semplicemente con nuove appli­cazioni tecniche, senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo. Dall’altro estremo, altri ritengono che la specie umana, con qualunque suo intervento, può essere solo una minaccia e compromettere l’ecosistema mondiale, per cui conviene ridurre la sua presenza sul pianeta e im­pedirle ogni tipo di intervento. Fra questi estre­mi, la riflessione dovrebbe identificare possibili scenari futuri, perché non c’è un’unica via di so­luzione. Questo lascerebbe spazio a una varietà di apporti che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali.

61.

Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e ca­pisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione. Basta però guardare la realtà con since­rità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune. La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possia­mo sempre fare qualcosa per risolvere i proble­mi. Tuttavia, sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in cri­si sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiega­re in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale siste­ma mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: «.Se lo sguardo percorre le re­gioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina.»

CAPITOLO SECONDO – IL VANGELO DELLA CREAZIONE

62.

Perché inserire in questo documento, rivol­to a tutti le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede? Sono consape­vole che, nel campo della politica e del pensiero, alcuni rifiutano con forza l’idea di un Creatore, o la ritengono irrilevante, al punto da relegare all’ambito dell’irrazionale la ricchezza che le re­ligioni possono offrire per un’ecologia integrale e per il pieno sviluppo del genere umano. Altre volte si suppone che esse costituiscano una sot­tocultura che dev’essere semplicemente tollerata. Tuttavia, la scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe.

I. La luce che la fede offre

63.

Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, do­vremmo riconoscere che le soluzioni non posso­no venire da un unico modo di interpretare e tra­sformare la realtà. È necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spirituali­tà. Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbia­mo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio. Inoltre la Chiesa Cattolica è aperta al dialogo con il pensiero filosofico, e ciò le per­mette di produrre varie sintesi tra fede e ragione. Per quanto riguarda le questioni sociali, questo lo si può constatare nello sviluppo della dottrina so­ciale della Chiesa, chiamata ad arricchirsi sempre di più a partire dalle nuove sfide.

64.

D’altra parte, anche se questa Enciclica si apre a un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione, voglio mostrare fin dall’i­nizio come le convinzioni di fede offrano ai cri­stiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazio­ni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili. Se il solo fatto di essere umani muove le persone a prendersi cura dell’ambiente del quale sono parte, «.i cristiani, in particolare, av­vertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Crea­tore sono parte della loro fede.» Pertanto, è un bene per l’umanità e per il mondo che noi creden­ti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni.

II. La sapienza dei racconti biblici

65.

Senza riproporre qui l’intera teologia del­la Creazione, ci chiediamo che cosa ci dicono i grandi racconti biblici sul rapporto dell’essere umano con il mondo. Nel primo racconto dell’o­pera creatrice nel libro della Genesi, il piano di Dio include la creazione dell’umanità. Dopo la creazione dell’uomo e della donna, si dice che «.Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.» (Gen 1,31). La Bibbia insegna che ogni essere umano è creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26). Questa affermazione ci mostra l’immensa digni­tà di ogni persona umana, che «.non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di cono­scersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone.» San Giovanni Paolo II ha ricordato come l’amore del tutto speciale che il Creatore ha per ogni esse­re umano «.gli conferisce una dignità infinita.» Coloro che s’impegnano nella difesa della dignità delle persone possono trovare nella fede cristia­na le ragioni più profonde per tale impegno. Che meravigliosa certezza è sapere che la vita di ogni persona non si perde in un disperante caos, in un mondo governato dalla pura casualità o da cicli che si ripetono senza senso! Il Creatore può dire a ciascuno di noi: «.Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto.» (Ger 1,5). Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi «.ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è neces­sario.»

66.

I racconti della creazione nel libro della Ge­nesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esisten­za umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre rela­zioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’ar­monia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di pren­dere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la ter­ra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione origina­riamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19). Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura. San Bonaventura disse che attraverso la riconciliazione universale con tutte le creature in qualche modo Francesco era riportato allo stato di innocenza originaria. Lungi da quel modello, oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.

67.

Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data. Ciò consente di rispondere a un’ac­cusa lanciata contro il pensiero ebraico-cristiano: è stato detto che, a partire dal racconto della Ge­nesi che invita a soggiogare la terra (cfr Gen 1,28), verrebbe favorito lo sfruttamento selvaggio del­la natura presentando un’immagine dell’essere umano come dominatore e distruttore. Questa non è una corretta interpretazione della Bibbia come la intende la Chiesa. Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. È importante leggere i testi bibli­ci nel loro contesto, con una giusta ermeneuti­ca, e ricordare che essi ci invitano a «.coltivare e custodire.» il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre «.coltivare.» significa arare o lavorare un terreno, «.custodire.» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fer­tilità per le generazioni future. In definitiva, «.del Signore è la terra.» (Sal 24,1), a Lui appartiene «.la terra e quanto essa contiene.» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «.Le terre non si potranno vendere per sempre, per­ché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti.» (Lv 25,23).

68.

Questa responsabilità di fronte ad una ter­ra che è di Dio, implica che l’essere umano, do­tato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mon­do, perché «.al suo comando sono stati creati. Li ha resi stabili nei secoli per sempre; ha fissato un decreto che non passerà.» (Sal 148,5b-6). Ne consegue il fatto che la legislazione biblica si sof­fermi a proporre all’essere umano diverse nor­me, non solo in relazione agli altri esseri umani, ma anche in relazione agli altri esseri viventi: «.Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti […]. Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è con i figli.» (Dt 22,4.6). In questa linea, il riposo del settimo giorno non è proposto solo per l’essere umano, ma anche «.perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino.» (Es 23,12). Così ci rendiamo conto che la Bibbia non dà adito ad un antro­pocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature.

69.

Mentre possiamo fare un uso responsabi­le delle cose, siamo chiamati a riconoscere che gli altri esseri viventi hanno un valore proprio di fronte a Dio e «.con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria.», perché il Signore gioisce nelle sue opere (cfr Sal 104,31). Proprio per la sua dignità unica e per essere do­tato di intelligenza, l’essere umano è chiamato a rispettare il creato con le sue leggi interne, poi­ché «.il Signore ha fondato la terra con sapienza.»

(Pr 3,19). Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono comple­tamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento. Così i Vescovi della Germania hanno spiegato che per le altre creature «.si potrebbe parlare della priorità dell’es­sere rispetto all’essere utili.» Il Catechismo pone in discussione in modo molto diretto e insistito quello che sarebbe un antropocentrismo deviato: «.Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione […] Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disor­dinato delle cose.».

70.

Nel racconto di Caino e Abele, vediamo che la gelosia ha spinto Caino a compiere l’estre­ma ingiustizia contro suo fratello. Ciò a sua volta ha causato una rottura della relazione tra Caino e Dio e tra Caino e la terra, dalla quale fu esiliato. Questo passaggio è sintetizzato nel drammatico colloquio tra Dio e Caino. Dio chiede: «.Dov’è Abele, tuo fratello?.». Caino dice di non saperlo e Dio insiste: «.Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii ma­ledetto, lontano da [questo] suolo.» (Gen 4,9-11). Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia, di­strugge la mia relazione interiore con me stesso, con gli altri, con Dio e con la terra. Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giu­stizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo. Questo è ciò che ci insegna il racconto di Noè, quando Dio minaccia di spazzare via l’umanità per la sua persistente incapacità di vivere all’altezza delle esigenze della giustizia e della pace: «.È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza.» (Gen 6,13). In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giusti­zia e dalla fedeltà nei confronti degli altri.

71.

Anche se «.la malvagità degli uomini era grande sulla terra.» (Gen 6,5) e Dio «.si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra.» (Gen 6,6), tuttavia, attraverso Noè, che si conservava ancora integro e giusto, Dio ha deciso di aprire una via di salvez­za. In tal modo ha dato all’umanità la possibilità di un nuovo inizio. Basta un uomo buono perché ci sia speranza! La tradizione biblica stabilisce chiaramente che questa riabilitazione comporta la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nel­la natura dalla mano del Creatore. Ciò si vede, per esempio, nella legge dello Shabbat. Il settimo giorno, Dio si riposò da tutte le sue opere. Dio ordinò a Israele che ogni settimo giorno doveva essere celebrato come giorno di riposo, uno Shab­bat (cfr Gen 2,2-3; Es 16,23; 20,10). D’altra parte, fu stabilito anche un anno sabbatico per Israele e la sua terra, ogni sette anni (cfr Lv 25,1-4), duran­te il quale si concedeva un completo riposo alla terra, non si seminava e si raccoglieva soltanto l’indispensabile per sopravvivere e offrire ospita­lità (cfr Lv 25,4-6). Infine, trascorse sette settima­ne di anni, cioè quarantanove anni, si celebrava il giubileo, anno del perdono universale e della «.liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti.» (Lv 25,10). Lo sviluppo di questa legislazione ha cercato di assicurare l’equilibrio e l’equità nelle re­lazioni dell’essere umano con gli altri e con la ter­ra dove viveva e lavorava. Ma, allo stesso tempo, era un riconoscimento del fatto che il dono della terra con i suoi frutti appartiene a tutto il popolo. Quelli che coltivavano e custodivano il territo­rio dovevano condividerne i frutti, in particolare con i poveri, le vedove, gli orfani e gli stranieri: «.Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né rac­coglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero.» (Lv 19,9-10).

72.

I Salmi invitano con frequenza l’essere umano a lodare Dio creatore, Colui che «.ha di­steso la terra sulle acque, perché il suo amore è per sempre.» (Sal 136,6). Ma invitano anche le altre creature alla lode: «.Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle. Lodatelo, cieli dei cieli, voi, acque al di sopra dei cieli. Lodino il nome del Signore, perché al suo comando sono stati creati.» (Sal 148,3-5). Esistiamo non solo per la potenza di Dio, ma davanti a Lui e con Lui. Perciò noi lo adoriamo.

73.

Gli scritti dei profeti invitano a ritrovare la forza nei momenti difficili contemplando il Dio potente che ha creato l’universo. La potenza in­finita di Dio non ci porta a sfuggire alla sua te­nerezza paterna, perché in Lui affetto e forza si coniugano. In realtà, ogni sana spiritualità impli­ca allo stesso tempo accogliere l’amore divino e adorare con fiducia il Signore per la sua infinita potenza. Nella Bibbia, il Dio che libera e salva è lo stesso che ha creato l’universo, e questi due modi di agire divini sono intimamente e indisso­lubilmente legati: «.Ah, Signore Dio, con la tua grande potenza e la tua forza hai fatto il cielo e la terra; nulla ti è impossibile […]. Tu hai fatto uscire dall’Egitto il tuo popolo Israele con segni e con miracoli.» (Ger 32,17.21). «.Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato.» (Is 40,28b-29).

74.

L’esperienza della schiavitù in Babilonia ge­nerò una crisi spirituale che ha portato ad un ap­profondimento della fede in Dio, esplicitando la sua onnipotenza creatrice, per esortare il popolo a ritrovare la speranza in mezzo alla sua infelice situazione. Secoli dopo, in un altro momento di prova e di persecuzione, quando l’Impero Roma­no cercò di imporre un dominio assoluto, i fedeli tornarono a trovare conforto e speranza aumen­tando la loro fiducia in Dio onnipotente, e can­tavano: «.Grandi e mirabili sono le tue opere, Si­gnore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie!.» (Ap 15,3). Se Dio ha potuto creare l’universo dal nulla, può anche intervenire in questo mondo e vincere ogni forma di male. Dunque, l’ingiustizia non è invincibile.

75.

Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo mi­gliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un domi­natore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi.

III. Il mistero dell’universo

76.

Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “cre­azione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la cre­azione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tut­ti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale.

77.

«.Dalla parola del Signore furono fatti i cie­li.» (Sal 33,6). Così ci viene indicato che il mondo proviene da una decisione, non dal caos o dalla casualità, e questo lo innalza ancora di più. Vi è una scelta libera espressa nella parola creatrice. L’universo non è sorto come risultato di un’onni­potenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La crea­zione appartiene all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la ragione fondamentale di tutto il cre­ato: «.Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.» (Sap 11,24). Così, ogni creatu­ra è oggetto della tenerezza del Padre, che le asse­gna un posto nel mondo. Perfino l’effimera vita dell’essere più insignificante è oggetto del suo amore, e in quei pochi secondi di esistenza, Egli lo circonda con il suo affetto. Diceva san Basilio Magno che il Creatore è anche «.la bontà senza calcolo.», e Dante Alighieri parlava de «.l’amor che move il sole e l’altre stelle.» Perciò, dalle opere create si ascende «.fino alla sua amorosa misericordia.»

78.

Allo stesso tempo, il pensiero ebraico-cri­stiano ha demitizzato la natura. Senza smettere di ammirarla per il suo splendore e la sua immen­sità, non le ha più attribuito un carattere divino. In questo modo viene sottolineato ulteriormente il nostro impegno nei suoi confronti. Un ritorno alla natura non può essere a scapito della liber­tà e della responsabilità dell’essere umano, che è parte del mondo con il compito di coltivare le proprie capacità per proteggerlo e svilupparne le potenzialità. Se riconosciamo il valore e la fragili­tà della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso mate­riale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come do­vremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere.

79.

In questo universo, composto da sistemi aperti che entrano in comunicazione gli uni con gli altri, possiamo scoprire innumerevoli forme di relazione e partecipazione. Questo ci porta an­che a pensare l’insieme come aperto alla trascen­denza di Dio, all’interno della quale si sviluppa. La fede ci permette di interpretare il significato e la bellezza misteriosa di ciò che accade. La libertà umana può offrire il suo intelligente contributo verso un’evoluzione positiva, ma può anche ag­giungere nuovi mali, nuove cause di sofferenza e momenti di vero arretramento. Questo dà luogo all’appassionante e drammatica storia umana, ca­pace di trasformarsi in un fiorire di liberazione, crescita, salvezza e amore, oppure in un percorso di decadenza e di distruzione reciproca. Pertanto, l’azione della Chiesa non solo cerca di ricordare il dovere di prendersi cura della natura, ma al tem­po stesso «.deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso.».

80.

Ciononostante, Dio, che vuole agire con noi e contare sulla nostra collaborazione, è anche in grado di trarre qualcosa di buono dai mali che noi compiamo, perché «.lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere a sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili.» In qualche modo, Egli ha voluto limitare sé stesso creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, fanno parte in realtà dei dolo­ri del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore. Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo svilup­po di ogni essere, «.è la continuazione dell’azione creatrice.» Lo Spirito di Dio ha riempito l’uni­verso con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germo­gliare qualcosa di nuovo: «.La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave.».

81.

L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pie­namente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica ed altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico. La novità qualitativa implica­ta dal sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone un’azione di­retta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu. A partire dai testi biblici, consideriamo la persona come soggetto, che non può mai essere ridotto alla categoria di oggetto.

82.

Sarebbe però anche sbagliato pensare che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario domi­nio dell’essere umano. Quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società. La visione che rin­forza l’arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la mag­gior parte dell’umanità, perché le risorse diven­tano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto. L’ideale di armonia, di giustizia, di fraternità e di pace che Gesù propone è agli antipodi di tale modello, e così Egli lo esprimeva riferendosi ai poteri del suo tempo: «.I governanti delle nazioni domina­no su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore.» (Mt 20,25-26).

83.

Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata già raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione uni­versale. In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispo­tico e irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo ri­sorto abbraccia e illumina tutto. L’essere umano, infatti, dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di Cristo, è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro Creatore.

IV. Il messaggio di ogni creatura nell’armonia di tutto il creato

84.

Insistere nel dire che l’essere umano è im­magine di Dio non dovrebbe farci dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è su­perflua. Tutto l’universo materiale è un linguag­gio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. Chi è cresciuto tra i monti, o chi da bambino sedeva accanto al ruscello per bere, o chi giocava in una piazza del suo quartiere, quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità.

85.

Dio ha scritto un libro stupendo, «.le cui lettere sono la moltitudine di creature presen­ti nell’universo.» I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «.Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reveren­za. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino.» I Vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «.Per­cepire ogni creatura che canta l’inno della sua esi­stenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella

speranza.» Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, per­ché «.per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce parados­sale e silenziosa.» Possiamo dire che «.accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifesta­zione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte.» Prestando attenzione a questa ma­nifestazione, l’essere umano impara a riconosce­re sé stesso in relazione alle altre creature: «.Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo.»

86.

L’insieme dell’universo, con le sue mol­teplici relazioni, mostra al meglio la ricchezza inesauribile di Dio. San Tommaso d’Aquino ha sottolineato sapientemente che la molteplicità e la varietà provengono «.dall’intenzione del primo agente.», il Quale ha voluto che «.ciò che manca a ciascuna cosa per rappresentare la bontà divina sia supplito dalle altre cose.», perché la sua bontà «.non può essere adeguatamente rappresentata da una sola creatura.» Per questo, abbiamo bi­sogno di cogliere la varietà delle cose nelle loro molteplici relazioni. Dunque, si capisce meglio l’importanza e il significato di qualsiasi creatura, se la si contempla nell’insieme del piano di Dio. Questo insegna il Catechismo: «.L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l’aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servi­zio le une delle altre.»

87.

Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste, il cuore sperimenta il desi­derio di adorare il Signore per tutte le sue creatu­re e insieme ad esse, come appare nel bellissimo cantico di san Francesco d’Assisi:

«.Laudato sie, mi’ Signore,

cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo frate sole,

lo qual è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.»

88.

I Vescovi del Brasile hanno messo in rilievo che tutta la natura, oltre a manifestare Dio, è luo­go della sua presenza. In ogni creatura abita il suo Spirito vivificante che ci chiama a una relazione con Lui. La scoperta di questa presenza stimo­la in noi lo sviluppo delle «.virtù ecologiche.».66 Ma quando diciamo questo, non dimentichiamo che esiste anche una distanza infinita, che le cose di questo mondo non possiedono la pienezza di Dio. Diversamente nemmeno faremmo un bene alle creature, perché non riconosceremmo il loro posto proprio e autentico, e finiremmo per esige­re indebitamente da esse ciò che nella loro picco­lezza non ci possono dare.

V. Una comunione universale

89.

Le creature di questo mondo non posso­no essere considerate un bene senza proprietario: «.Sono tue, Signore, amante della vita.» (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, es­sendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti es­seri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che «.Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suo­lo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione.»

90.

Questo non significa equiparare tutti gli es­seri viventi e togliere all’essere umano quel va­lore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteg­gere la sua fragilità. Queste concezioni finireb­bero per creare nuovi squilibri nel tentativo di fuggire dalla realtà che ci interpella. Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani. Cer­tamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enor­mi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri. Non ci accorgiamo più che al­cuni si trascinano in una miseria degradante, sen­za reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che pos­siedono, ostentano con vanità una pretesa supe­riorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta. Continuiamo nei fatti ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti.

91.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerez­za, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determina­to a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente. Non è un caso che, nel can­tico in cui loda Dio per le creature, san Francesco aggiunga: «.Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore.». Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai proble­mi della società.

92.

D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nes­suno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sem­pre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltratta­re un animale non tarda a manifestarsi nella rela­zione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura «.è contrario alla dignità umana.» Non possiamo considerarci persone che amano veramente se escludiamo dai nostri interessi una parte della realtà: «.Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.» Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pelle­grinaggio, legati dall’amore che Dio ha per cia­scuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra.

VI. La destinazione comune dei beni

93.

Oggi, credenti e non credenti sono d’ac­cordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a be­neficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospet­tiva sociale che tenga conto dei diritti fondamen­tali dei più svantaggiati. Il principio della subor­dinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del compor­tamento sociale, e il «.primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale.» La tradizione cri­stiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che «.Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno.» Sono parole pregnanti e forti. Ha rimarcato che «.non sarebbe veramente degno dell’uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli.» Con grande chiarezza ha spiegato che «.la Chiesa di­fende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato.» Pertanto affer­ma che «.non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici sia­no a vantaggio soltanto di alcuni pochi.». Questo mette seriamente in discussione le abitudini ingiuste di una parte dell’umanità.

94.

Il ricco e il povero hanno uguale digni­tà, perché «.il Signore ha creato l’uno e l’altro.» (Pr 22,2), «.egli ha creato il piccolo e il grande.» (Sap 6,7), e «.fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni.» (Mt 5,45). Questo ha conseguenze pratiche, come quelle enunciate dai Vescovi del Paraguay: «.Ogni contadino ha diritto naturale a possedere un appezzamento ragionevole di terra, dove possa stabilire la sua casa, lavorare per il so­stentamento della sua famiglia e avere sicurezza per la propria esistenza. Tale diritto dev’essere garantito perché il suo esercizio non sia illusorio ma reale. Il che significa che, oltre al titolo di pro­prietà, il contadino deve contare su mezzi di for­mazione tecnica, prestiti, assicurazioni e accesso al mercato.»

95.

L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a be­neficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamen­to “non uccidere” quando «.un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere.»

VII. Lo sguardo di Gesù

96.

Gesù fa propria la fede biblica nel Dio crea­tore e mette in risalto un dato fondamentale: Dio è Padre (cfr Mt 11,25). Nei dialoghi con i suoi discepoli, Gesù li invitava a riconoscere la rela­zione paterna che Dio ha con tutte le creature, e ricordava loro con una commovente tenerezza come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi: «.Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimentica­to davanti a Dio.» (Lc 12,6). «.Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né rac­colgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.» (Mt 6,26).

97.

Il Signore poteva invitare gli altri ad esse­re attenti alla bellezza che c’è nel mondo, perché Egli stesso era in contatto continuo con la natura e le prestava un’attenzione piena di affetto e di stupore. Quando percorreva ogni angolo della sua terra, si fermava a contemplare la bellezza seminata dal Padre suo, e invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino: «.Alzate i vostri occhi e guardate i campi, che già bion­deggiano per la mietitura.» (Gv 4,35). «.Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero.» (Mt 13,31-32).

98.

Gesù viveva una piena armonia con la crea­zione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «.Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbedi­scono?.» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piace­voli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: «.È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”.»

(Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che di­sprezzavano il corpo, la materia e le realtà di que­sto mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani han­no avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, pren­dendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di ar­tigiano. È degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo im­pegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «.Non è costui il falegname, il figlio di Maria?.» (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione. San Giovanni Paolo II insegnava che «.sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità.».

99.

Secondo la comprensione cristiana della re­altà, il destino dell’intera creazione passa attraver­so il mistero di Cristo, che è presente fin dall’ori­gine: «.Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.» (Col 1,16).80 Il prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) mostra l’attività creatrice di Cristo come Parola divina (Logos). Ma questo prologo sorprende per la sua affermazio­ne che questa Parola «.si fece carne.» (Gv 1,14). Una Persona della Trinità si è inserita nel cosmo creato, condividendone il destino fino alla croce. Dall’inizio del mondo, ma in modo particolare a partire dall’incarnazione, il mistero di Cristo ope­ra in modo nascosto nell’insieme della realtà na­turale, senza per questo ledere la sua autonomia.

100.

Il Nuovo Testamento non solo ci parla del Gesù terreno e della sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo. Lo mostra anche ri­sorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale: «.È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.» (Col 1,19-20). Questo ci pro­ietta alla fine dei tempi, quando il Figlio conse­gnerà al Padre tutte le cose, così che «.Dio sia tut­to in tutti.» (1 Cor 15,28). In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un de­stino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa.

CAPITOLO TERZO – LA RADICE UMANA DELLA CRISI ECOLOGICA

101.

A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi eco­logica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non pos­siamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocra­tico dominante e sul posto che vi occupano l’es­sere umano e la sua azione nel mondo.

I. La tecnologia: creatività e potere

102.

L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio. Siamo gli eredi di due secoli di enormi ondate di cambiamento: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’a­ereo, le industrie chimiche, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotec­nologie. È giusto rallegrarsi per questi progressi ed entusiasmarsi di fronte alle ampie possibilità che ci aprono queste continue novità, perché «.la scienza e la tecnologia sono un prodotto mera­viglioso della creatività umana che è un dono di Dio.». La trasformazione della natura a fini di utilità è una caratteristica del genere umano fin dai suoi inizi, e in tal modo la tecnica «.esprime la tensione dell’animo umano verso il graduale su­peramento di certi condizionamenti materiali.». La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l’essere umano. Non possiamo non apprezzare e ringrazia­re per i progressi conseguiti, specialmente nella medicina, nell’ingegneria e nelle comunicazioni. E come non riconoscere tutti gli sforzi di molti scienziati e tecnici che hanno elaborato alternati­ve per uno sviluppo sostenibile?

103.

La tecnoscienza, ben orientata, è in grado non solo di produrre cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano, a partire dagli oggetti di uso domestico fino ai grandi mezzi di trasporto, ai ponti, agli edifici, agli spazi pubblici. È anche capace di produrre il bello e di far compiere all’essere umano, immerso nel mondo materiale, il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli? Vi sono preziose opere pit­toriche e musicali ottenute mediante il ricorso ai nuovi strumenti tecnici. In tal modo, nel deside­rio di bellezza dell’artefice e in chi quella bellezza contempla si compie il salto verso una certa pie­nezza propriamente umana.

104.

Tuttavia non possiamo ignorare che l’e­nergia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressio­nante sull’insieme del genere umano e del mon­do intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo. Basta ricordare le bombe atomi­che lanciate in pieno XX secolo, come il grande spiegamento di tecnologia ostentato dal nazismo, dal comunismo e da altri regimi totalitari al ser­vizio dello sterminio di milioni di persone, senza dimenticare che oggi la guerra dispone di stru­menti sempre più micidiali. In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmen­te rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità.

105.

Si tende a credere che «.ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accresci­mento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori.»,83 come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontanea­mente dal potere stesso della tecnologia e dell’e­conomia. Il fatto è che «.l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza.»,84 per­ché l’immensa crescita tecnologica non è stata ac­compagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti. Per tale motivo è possibile che oggi l’umanità non avver­ta la serietà delle sfide che le si presentano, e «.la possibilità dell’uomo di usare male della sua po­tenza è in continuo aumento.» quando «.non esi­stono norme di libertà, ma solo pretese necessità di utilità e di sicurezza.».85 L’essere umano non è pienamente autonomo. La sua libertà si ammala quando si consegna alle forze cieche dell’incon­scio, dei bisogni immediati, dell’egoismo, della violenza brutale. In tal senso, è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a cre­scere, senza avere gli strumenti per controllarlo. Può disporre di meccanismi superficiali, ma pos­siamo affermare che gli mancano un’etica ade­guatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé.

II. La globalizzazione del paradigma tecnocratico

106.

Il problema fondamentale è un altro, an­cora più profondo: il modo in cui di fatto l’u­manità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo

insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale. In tale paradigma risalta una concezione del sog­getto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazio­ne. È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagna­re, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposi­zione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessa­to di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmen­te all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presup­posto che «.esiste una quantità illimitata di ener­gia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti.»

107.

Possiamo perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitut­to la tendenza, non sempre cosciente, a imposta­re la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che con­diziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti dell’applicazione di que­sto modello a tutta la realtà, umana e sociale, si constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni. Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che fi­nisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si inten­de sviluppare.

108.

Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e an­cora più difficile è utilizzare le sue risorse sen­za essere dominati dalla sua logica. È diventato contro-culturale scegliere uno stile di vita con obiettivi che almeno in parte possano essere in­dipendenti dalla tecnica, dai suoi costi e dal suo potere globalizzante e massificante. Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla riman­ga fuori dalla sua ferrea logica, e «.l’uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di domi­nio; dominio nel senso estremo della parola.». Per questo «.cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell’esistenza umana.».Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alterna­tiva degli individui.

109.

Il paradigma tecnocratico tende ad eser­citare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza pre­stare attenzione a eventuali conseguenze negati­ve per l’essere umano. La finanza soffoca l’eco­nomia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi am­bientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del merca­to. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’e­conomia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ric­chezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro com­portamento affermano che l’obiettivo della mas­simizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.89 Nel frattempo, abbiamo una «.sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccet­tabile con perduranti situazioni di miseria disu­manizzante.»,90 mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnolo­gica ed economica.

110.

La specializzazione propria della tecnolo­gia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sape­re assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso con­duce a perdere il senso della totalità, delle rela­zioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte am­pio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo at­tuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei pove­ri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interes­si. Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri orizzonti etici di riferimento. La vita diventa un abbando­narsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza. Nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme. Si dimostra così ancora una volta che «.la realtà è superiore all’idea.»

111.

La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquina­mento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del para­digma tecnocratico. Diversamente, anche le mi­gliori iniziative ecologiste possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata. Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella re­altà sono connesse, e nascondere i veri e più pro­fondi problemi del sistema mondiale.

112.

È possibile, tuttavia, allargare nuovamente lo sguardo, e la libertà umana è capace di limita­re la tecnica, di orientarla, e di metterla al servi­zio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale. La liberazione dal paradigma tecnocratico imperante avviene di fatto in alcune occasioni. Per esempio, quando comunità di piccoli produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo un modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico. O quando la tecnica si orienta pri­oritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri, con l’impegno di aiutarli a vivere con più dignità e meno sofferenze. E ancora quando la ricerca creatrice del bello e la sua contemplazione riescono a superare il potere oggettivante in una sorta di salvezza che si realizza nel bello e nella persona che lo contempla. L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercet­tibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa. Sarà una promessa permanente, nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?

113.

D’altronde, la gente ormai non sembra credere in un futuro felice, non confida cieca­mente in un domani migliore a partire dalle at­tuali condizioni del mondo e dalle capacità tec­niche. Prende coscienza che il progresso della scienza e della tecnica non equivale al progresso dell’umanità e della storia, e intravede che sono altre le strade fondamentali per un futuro felice. Ciononostante, neppure immagina di rinunciare alle possibilità che offre la tecnologia. L’umani­tà si è modificata profondamente e l’accumularsi di continue novità consacra una fugacità che ci trascina in superficie in un’unica direzione. Di­venta difficile fermarci per recuperare la profon­dità della vita. Se l’architettura riflette lo spirito di un’epoca, le megastrutture e le case in serie esprimono lo spirito della tecnica globalizzata, in cui la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia. Non rassegniamoci a questo e non rinunciamo a farci domande sui fini e sul senso di ogni cosa. Diversamente, legittimeremo soltanto lo stato di fatto e avremo bisogno di più surrogati per sopportare il vuoto.

114.

Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivo­luzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e pos­sibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nes­suno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane.

III. Crisi e conseguenze  dell’antropocentrismo moderno

115.

L’antropocentrismo moderno, paradossal­mente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano «.non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio. La vede senza ipotesi, obiet­tivamente, come spazio e materia in cui realizzare un’opera nella quale gettarsi tutto, e non importa che cosa ne risulterà.».92 In tal modo, si sminuisce il valore intrinseco del mondo. Ma se l’essere umano non riscopre il suo vero posto, non comprende in maniera adeguata sé stesso e finisce per contrad­dire la propria realtà. «.Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è donato a sé stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato.».

116.

Nella modernità si è verificato un notevo­le eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qual­cosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali. Per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta co­stituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo. Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della rela­zione dell’essere umano con il mondo. Molte vol­te è stato trasmesso un sogno prometeico di do­minio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di in­tenderlo come amministratore responsabile.

117.

La mancanza di preoccupazione per mi­surare i danni alla natura e l’impatto ambientale delle decisioni, è solo il riflesso evidente di un disinteresse a riconoscere il messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture. Quando non si riconosce nella realtà stessa l’im­portanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo al­cuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «.Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura.»

118.

Questa situazione ci conduce ad una schi­zofrenia permanente, che va dall’esaltazione tec­nocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano. Ma non si può prescindere dall’umanità. Non ci sarà una nuo­va relazione con la natura senza un essere uma­no nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia. Quando la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determini­smo fisico, «.si corre il rischio che si affievolisca nelle persone la coscienza della responsabilità.» Un antropocentrismo deviato non deve neces­sariamente cedere il passo a un “biocentrismo”, perché ciò implicherebbe introdurre un nuovo squilibrio, che non solo non risolverà i proble­mi, bensì ne aggiungerà altri. Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valoriz­zano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità.

119.

La critica all’antropocentrismo deviato non dovrebbe nemmeno collocare in secondo piano il valore delle relazioni tra le persone. Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazio­ne esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risa­nare la nostra relazione con la natura e l’ambien­te senza risanare tutte le relazioni umane fonda­mentali. Quando il pensiero cristiano rivendica per l’essere umano un peculiare valore al di sopra delle altre creature, dà spazio alla valorizzazione di ogni persona umana, e così stimola il rico­noscimento dell’altro. L’apertura ad un “tu” in grado di conoscere, amare e dialogare continua ad essere la grande nobiltà della persona umana. Perciò, in ordine ad un’adeguata relazione con il creato, non c’è bisogno di sminuire la dimen­sione sociale dell’essere umano e neppure la sua dimensione trascendente, la sua apertura al “Tu” divino. Infatti, non si può proporre una relazio­ne con l’ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individuali­smo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza.

120.

Dal momento che tutto è in relazione, non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto. Non appare prati­cabile un cammino educativo per l’accoglienza degli esseri deboli che ci circondano, che a volte sono molesti o importuni, quando non si dà pro­tezione a un embrione umano benché il suo arri­vo sia causa di disagi e difficoltà: «.Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglien­za utili alla vita sociale si inaridiscono.»

121.

Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità.

Il relativismo pratico

122.

Un antropocentrismo deviato dà luo­go a uno stile di vita deviato. Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho fatto riferimento al relativismo pratico che caratterizza la nostra epoca, e che è «.ancora più pericoloso di quello dottrinale.» Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diven­ta relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relati­vismo, in cui tutto diventa irrilevante se non ser­ve ai propri interessi immediati. Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale.

123.

La cultura del relativismo è la stessa pa­tologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: lasciamo che le forze invisibili del mercato regoli­no l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili. Se non ci sono verità oggettive né princìpi stabili, al di fuori del­la soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giusti­fica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al de­siderio dei loro genitori? È la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui real­mente si ha bisogno. E allora non possiamo pen­sare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpi­scono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o princìpi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare.

La necessità di difendere il lavoro

124.

In qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è in­dispensabile integrare il valore del lavoro, tanto sapientemente sviluppato da san Giovanni Pa­olo II nella sua Enciclica Laborem exercens. Ri­cordiamo che, secondo il racconto biblico della creazione, Dio pose l’essere umano nel giardino appena creato (cfr Gen 2,15) non solo per pren­dersi cura dell’esistente (custodire), ma per lavo­rarvi affinché producesse frutti (coltivare). Così gli operai e gli artigiani «.assicurano la creazione eterna.» (Sir 38,34). In realtà, l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura, perché implica il porsi come strumento di Dio per aiu­tare a far emergere le potenzialità che Egli stes­so ha inscritto nelle cose: «.Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza.» (Sir 38,4).

125.

Se cerchiamo di pensare quali siano le re­lazioni adeguate dell’essere umano con il mondo che lo circonda, emerge la necessità di una cor­retta concezione del lavoro, perché, se parliamo della relazione dell’essere umano con le cose, si pone l’interrogativo circa il senso e la finalità dell’azione umana sulla realtà. Non parliamo solo del lavoro manuale o del lavoro della terra, bensì di qualsiasi attività che implichi qualche trasfor­mazione dell’esistente, dall’elaborazione di un studio sociale fino al progetto di uno sviluppo tecnologico. Qualsiasi forma di lavoro presuppo­ne un’idea sulla relazione che l’essere umano può o deve stabilire con l’altro da sé. La spiritualità cristiana, insieme con lo stupore contemplativo per le creature che troviamo in san Francesco d’Assisi, ha sviluppato anche una ricca e sana comprensione del lavoro, come possiamo riscon­trare, per esempio, nella vita del beato Charles de Foucauld e dei suoi discepoli.

126.

Raccogliamo anche qualcosa dalla lunga tradizione monastica. All’inizio essa favorì in un certo modo la fuga dal mondo, tentando di al­lontanarsi dalla decadenza urbana. Per questo i monaci cercavano il deserto, convinti che fosse il luogo adatto per riconoscere la presenza di Dio. Successivamente, san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unen­do la preghiera e lo studio con il lavoro manua­le (Ora et labora). Questa introduzione del lavoro manuale intriso di senso spirituale si rivelò rivo­luzionaria. Si imparò a cercare la maturazione e la santificazione nell’intreccio tra il raccoglimento e il lavoro. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo.

127.

Affermiamo che «.l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-socia­le.» Ciononostante, quando nell’essere umano si perde la capacità di contemplare e di rispettare, si creano le condizioni perché il senso del lavo­ro venga stravolto. Conviene ricordare sempre che l’essere umano è nello stesso tempo «.capa­ce di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale.» Il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adora­zione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che «.si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti.»

128.

Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sem­pre più il lavoro umano con il progresso tecno­logico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del sen­so della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Tuttavia l’orien­tamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i co­sti di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «.ha anche un im­patto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del “capitale sociale”, os­sia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di af­fidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile.» In definitiva «.i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzio­ni economiche comportano sempre anche costi umani.» Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società.

129.

Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’e­conomia che favorisca la diversificazione pro­duttiva e la creatività imprenditoriale. Per esem­pio, vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in pic­coli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad ab­bandonare le loro coltivazioni tradizionali. I ten­tativi di alcuni di essi di sviluppare altre forme di produzione, più diversificate, risultano inutili a causa della difficoltà di accedere ai mercati regio­nali e globali o perché l’infrastruttura di vendita e di trasporto è al servizio delle grandi impre­se. Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della

produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanzia­rio. La semplice proclamazione della libertà eco­nomica, quando però le condizioni reali impedi­scono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica. L’attività imprenditoriale, che è una nobile voca­zione orientata a produrre ricchezza e a migliora­re il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindi­bile del suo servizio al bene comune.

L’innovazione biologica a partire dalla ricerca

130.

Nella visione filosofica e teologica dell’es­sere umano e della creazione, che ho cercato di proporre, risulta chiaro che la persona umana, con la peculiarità della sua ragione e della sua scienza, non è un fattore esterno che debba essere total­mente escluso. Tuttavia, benché l’essere umano possa intervenire nel mondo vegetale e animale e servirsene quando è necessario alla sua vita, il Catechismo insegna che le sperimentazioni sugli animali sono legittime solo se «.si mantengono in limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o a salvare vite umane.».106 Ricorda con fermezza che il potere umano ha dei limiti e che «.è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita.» Qualsiasi uso e sperimentazione «.esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione.»

131.

Desidero recepire qui l’equilibrata posi­zione di san Giovanni Paolo II, il quale mette­va in risalto i benefici dei progressi scientifici e tecnologici, che «.manifestano quanto sia nobile la vocazione dell’uomo a partecipare responsa­bilmente all’azione creatrice di Dio.», ma che al tempo stesso ricordava «.come ogni intervento in un’area dell’ecosistema non possa prescinde­re dal considerare le sue conseguenze in altre aree.» Affermava che la Chiesa apprezza l’ap­porto «.dello studio e delle applicazioni della bio­logia molecolare, completata dalle altre discipline come la genetica e la sua applicazione tecnolo­gica nell’agricoltura e nell’industria.» Benché dicesse anche che questo non deve dar luogo ad una «.indiscriminata manipolazione genetica.» che ignori gli effetti negativi di questi interventi. Non è possibile frenare la creatività umana. Se non si può proibire a un artista di esprimere la sua capacità creativa, neppure si possono osta­colare coloro che possiedono doni speciali per lo sviluppo scientifico e tecnologico, le cui capacità sono state donate da Dio per il servizio degli al­tri. Nello stesso tempo, non si può fare a meno di riconsiderare gli obiettivi, gli effetti, il contesto e i limiti etici di tale attività umana che è una forma di potere con grandi rischi.

132.

In questo quadro dovrebbe situarsi qualsi­asi riflessione circa l’intervento umano sul mon­do vegetale e animale, che implica oggi mutazioni genetiche prodotte dalla biotecnologia, allo sco­po di sfruttare le possibilità presenti nella realtà materiale. Il rispetto della fede verso la ragione chiede di prestare attenzione a quanto la stessa scienza biologica, sviluppata in modo indipen­dente rispetto agli interessi economici, può in­segnare a proposito delle strutture biologiche e delle loro possibilità e mutazioni. In ogni caso, è legittimo l’intervento che agisce sulla natura «.per aiutarla a svilupparsi secondo la sua essenza, quella della creazione, quella voluta da Dio.»

133.

È difficile emettere un giudizio generale sullo sviluppo di organismi geneticamente mo­dificati (OGM), vegetali o animali, per fini me­dici o in agricoltura, dal momento che possono essere molto diversi tra loro e richiedere distinte considerazioni. D’altra parte, i rischi non vanno sempre attribuiti alla tecnica stessa, ma alla sua inadeguata o eccessiva applicazione. In realtà, le mutazioni genetiche sono state e sono prodotte molte volte dalla natura stessa. Nemmeno quelle provocate dall’essere umano sono un fenomeno moderno. La domesticazione di animali, l’incro­cio di specie e altre pratiche antiche e universal­mente accettate possono rientrare in queste con­siderazioni. È opportuno ricordare che l’inizio degli sviluppi scientifici sui cereali transgenici è stato l’osservazione di batteri che naturalmente e spontaneamente producevano una modifica nel genoma di un vegetale. Tuttavia in natura questi processi hanno un ritmo lento, che non è parago­nabile alla velocità imposta dai progressi tecnolo­gici attuali, anche quando tali progressi si basano su uno sviluppo scientifico di secoli.

134.

Sebbene non disponiamo di prove defini­tive circa il danno che potrebbero causare i cereali transgenici agli esseri umani, e in alcune regioni il loro utilizzo ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi, si riscontrano significative difficoltà che non devo­no essere minimizzate. In molte zone, in seguito all’introduzione di queste coltivazioni, si constata una concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi, dovuta alla «.progressiva scomparsa dei piccoli produttori, che, in conseguenza della per­dita delle terre coltivate, si sono visti obbligati a ritirarsi dalla produzione diretta.» I più fragili tra questi diventano lavoratori precari e molti sa­lariati agricoli finiscono per migrare in miserabili insediamenti urbani. L’estendersi di queste colti­vazioni distrugge la complessa trama degli eco­sistemi, diminuisce la diversità nella produzione e colpisce il presente o il futuro delle economie regionali. In diversi Paesi si riscontra una tenden­za allo sviluppo di oligopoli nella produzione di sementi e di altri prodotti necessari per la coltiva­zione, e la dipendenza si aggrava se si considera la produzione di semi sterili, che finirebbe per obbligare i contadini a comprarne dalle imprese produttrici.

135.

Senza dubbio c’è bisogno di un’attenzione costante, che porti a considerare tutti gli aspet­ti etici implicati. A tal fine occorre assicurare un dibattito scientifico e sociale che sia responsabi­le e ampio, in grado di considerare tutta l’infor­mazione disponibile e di chiamare le cose con il loro nome. A volte non si mette sul tavolo l’in­formazione completa, ma la si seleziona secondo i propri interessi, siano essi politici, economici o ideologici. Questo rende difficile elaborare un giudizio equilibrato e prudente sulle diverse que­stioni, tenendo presenti tutte le variabili in gioco. È necessario disporre di luoghi di dibattito in cui tutti quelli che in qualche modo si potrebbero vedere direttamente o indirettamente coinvolti (agricoltori, consumatori, autorità, scienziati, produttori di sementi, popolazioni vicine ai cam­pi trattati e altri) possano esporre le loro proble­matiche o accedere ad un’informazione estesa e affidabile per adottare decisioni orientate al bene comune presente e futuro. Quella degli OGM è una questione di carattere complesso, che esige di essere affrontata con uno sguardo compren­sivo di tutti i suoi aspetti, e questo richiederebbe almeno un maggiore sforzo per finanziare diver­se linee di ricerca autonoma e interdisciplinare che possano apportare nuova luce.

136.

D’altro canto, è preoccupante il fatto che alcuni movimenti ecologisti difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica, mentre a volte non appli­cano questi medesimi princìpi alla vita umana. Spesso si giustifica che si oltrepassino tutti i li­miti quando si fanno esperimenti con embrioni umani vivi. Si dimentica che il valore inalienabile di un essere umano va molto oltre il grado del suo sviluppo. Ugualmente, quando la tecnica non riconosce i grandi princìpi etici, finisce per con­siderare legittima qualsiasi pratica. Come abbia­mo visto in questo capitolo, la tecnica separata dall’etica difficilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere.

CAPITOLO QUARTO – UN’ECOLOGIA INTEGRALE

137.

Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspet­ti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una eco­logia integrale, che comprenda chiaramente le di­mensioni umane e sociali.

I. Ecologia ambientale, economica e sociale

138.

L’ecologia studia le relazioni tra gli orga­nismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di fermarsi a pensare e a discu­tere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo. Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso. Il tempo e lo spazio non sono tra loro indipendenti, e neppure gli atomi o le particelle subatomiche si possono considerare separatamente. Come i diversi componenti del pianeta – fisici, chimici e biologici – sono relazio­nati tra loro, così anche le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere. Buona parte della nostra informa­zione genetica è condivisa con molti esseri viven­ti. Per tale ragione, le conoscenze frammentarie e isolate possono diventare una forma d’ignoranza se fanno resistenza ad integrarsi in una visione più ampia della realtà.

139.

Quando parliamo di “ambiente” faccia­mo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qual­cosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’a­nalisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cam­biamenti, non è più possibile trovare una rispo­sta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei siste­mi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-am­bientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.

140.

A causa della quantità e varietà degli ele­menti di cui tenere conto, al momento di de­terminare l’impatto ambientale di una concreta attività d’impresa diventa indispensabile dare ai ricercatori un ruolo preminente e facilitare la loro interazione, con ampia libertà accademica. Questa ricerca costante dovrebbe permettere di riconoscere anche come le diverse creature si re­lazionano, formando quelle unità più grandi che oggi chiamiamo “ecosistemi”. Non li prendiamo in considerazione solo per determinare quale sia il loro uso ragionevole, ma perché possiedono un valore intrinseco indipendente da tale uso. Come ogni organismo è buono e mirabile in sé stesso per il fatto di essere una creatura di Dio, lo stes­so accade con l’insieme armonico di organismi in uno spazio determinato, che funziona come un sistema. Anche se non ne abbiamo coscienza, dipendiamo da tale insieme per la nostra stessa esistenza. Occorre ricordare che gli ecosistemi intervengono nel sequestro dell’anidride carbo­nica, nella purificazione dell’acqua, nel contrasto di malattie e infestazioni, nella composizione del suolo, nella decomposizione dei rifiuti e in mol­tissimi altri servizi che dimentichiamo o ignoria­mo. Quando si rendono conto di questo, molte persone prendono nuovamente coscienza del fatto che viviamo e agiamo a partire da una realtà che ci è stata previamente donata, che è anteriore alle nostre capacità e alla nostra esistenza. Perciò, quando si parla di “uso sostenibile” bisogna sem­pre introdurre una considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi di­versi settori e aspetti.

141.

D’altra parte, la crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, «.la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di svilup­po e non potrà considerarsi in maniera isolata.» Ma nello stesso tempo diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai di­versi saperi, anche quello economico, per una vi­sione più integrale e integrante. Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente. C’è una interazione tra gli ecosistemi e tra i diversi mondi di riferimento sociale, e così si dimostra ancora una volta che «.il tutto è superiore alla parte.»

142.

Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità del­la vita umana: «.Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali.» In tal senso, l’ecologia sociale è necessariamente istituzionale e raggiunge progressivamente le diverse dimensioni che vanno dal gruppo sociale primario, la famiglia, fino alla vita internaziona­le, passando per la comunità locale e la Nazio­ne. All’interno di ciascun livello sociale e tra di essi, si sviluppano le istituzioni che regolano le relazioni umane. Tutto ciò che le danneggia com­porta effetti nocivi, come la perdita della liber­tà, l’ingiustizia e la violenza. Diversi Paesi sono governati da un sistema istituzionale precario, a costo delle sofferenze della popolazione e a be­neficio di coloro che lucrano su questo stato di cose. Tanto all’interno dell’amministrazione del­lo Stato, quanto nelle diverse espressioni della società civile, o nelle relazioni degli abitanti tra loro, si registrano con eccessiva frequenza com­portamenti illegali. Le leggi possono essere re­datte in forma corretta, ma spesso rimangono come lettera morta. Si può dunque sperare che la legislazione e le normative relative all’ambiente siano realmente efficaci? Sappiamo, per esempio, che Paesi dotati di una legislazione chiara per la protezione delle foreste, continuano a rimanere testimoni muti della sua frequente violazione. Inoltre, ciò che accade in una regione esercita, direttamente o indirettamente, influenze sulle al­tre regioni. Così per esempio, il consumo di dro­ghe nelle società opulente provoca una costante o crescente domanda di prodotti che provengo­no da regioni impoverite, dove si corrompono i comportamenti, si distruggono vite e si finisce col degradare l’ambiente.

II. Ecologia culturale

143.

Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugual­mente minacciato. È parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abi­tabile. Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’iden­tità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni lega­te all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare. È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può esclu­dere nel momento in cui si ripensa la relazione dell’essere umano con l’ambiente.

144.

La visione consumistica dell’essere uma­no, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità. Per tale ragione, preten­dere di risolvere tutte le difficoltà mediante nor­mative uniformi o con interventi tecnici, porta a trascurare la complessità delle problematiche lo­cali, che richiedono la partecipazione attiva degli

abitanti. I nuovi processi in gestazione non pos­sono sempre essere integrati entro modelli sta­biliti dall’esterno ma provenienti dalla stessa cul­tura locale. Così come la vita e il mondo sono dinamici, la cura del mondo dev’essere flessibi­le e dinamica. Le soluzioni meramente tecniche corrono il rischio di prendere in considerazione sintomi che non corrispondono alle problema­tiche più profonde. È necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture, e in tal modo comprendere che lo sviluppo di un gruppo sociale suppone un processo storico all’interno di un contesto culturale e richiede il costante protagonismo degli attori sociali locali a partire dalla loro propria cultura. Neppure la nozione di qualità della vita si può imporre, ma dev’essere compresa all’interno del mondo di simboli e con­suetudini propri di ciascun gruppo umano.

145.

Molte forme di intenso sfruttamento e de­grado dell’ambiente possono esaurire non solo i mezzi di sussistenza locali, ma anche le risorse sociali che hanno consentito un modo di vive­re che per lungo tempo ha sostenuto un’identi­tà culturale e un senso dell’esistenza e del vivere insieme. La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzio­ne può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi.

146.

In questo senso, è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una sem­plice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi pro­getti che interessano i loro spazi. Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di in­teragire per alimentare la loro identità e i loro va­lori. Quando rimangono nei loro territori, sono quelli che meglio se ne prendono cura. Tuttavia, in diverse parti del mondo, sono oggetto di pres­sioni affinché abbandonino le loro terre e le lasci­no libere per progetti estrattivi, agricoli o di alle­vamento che non prestano attenzione al degrado della natura e della cultura.

III. Ecologia della vita quotidiana

147.

Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un migliora­mento integrale nella qualità della vita umana, e questo implica analizzare lo spazio in cui si svol­ge l’esistenza delle persone. Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Al tempo stesso, nella nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luo­go di lavoro e nel nostro quartiere facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità. Ci sforziamo di adattarci all’ambiente, e quando esso è disordinato, caotico o saturo di inquina­mento visivo e acustico, l’eccesso di stimoli mette alla prova i nostri tentativi di sviluppare un’iden­tità integrata e felice.

148.

È ammirevole la creatività e la generosità di persone e gruppi che sono capaci di ribaltare i limiti dell’ambiente, modificando gli effetti avversi dei condizionamenti, e imparando ad orientare la loro esistenza in mezzo al disordine e alla preca­rietà. Per esempio, in alcuni luoghi, dove le facciate degli edifici sono molto deteriorate, vi sono per­sone che curano con molta dignità l’interno delle loro abitazioni, o si sentono a loro agio per la cor­dialità e l’amicizia della gente. La vita sociale po­sitiva e benefica degli abitanti diffonde luce in un ambiente a prima vista invivibile. A volte è enco­miabile l’ecologia umana che riescono a sviluppare i poveri in mezzo a tante limitazioni. La sensazio­ne di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni residenziali e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e calore, se si creano comunità, se i limiti ambientali sono compensati nell’interiorità di ciascuna persona, che si sente inserita in una rete di comunione e di appartenenza. In tal modo, qualsiasi luogo smette di essere un inferno e di­venta il contesto di una vita degna.

149.

È provato inoltre che l’estrema penuria che si vive in alcuni ambienti privi di armonia, ampiezza e possibilità d’integrazione, facilita il sorgere di comportamenti disumani e la manipo­lazione delle persone da parte di organizzazio­ni criminali. Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza. Tuttavia mi preme ribadire che l’amore è più forte. Tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di ap­partenenza e di convivenza che trasformano l’af­follamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le bar­riere dell’egoismo. Questa esperienza di salvezza comunitaria è ciò che spesso suscita reazioni cre­ative per migliorare un edificio o un quartiere.

150.

Data l’interrelazione tra gli spazi urbani e il comportamento umano, coloro che progetta­no edifici, quartieri, spazi pubblici e città, hanno bisogno del contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simboli­smo e i comportamenti delle persone. Non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco. Anche per questo è tanto importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica.

151.

È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso si appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci con­tiene e ci unisce. È importante che le diverse par­ti di una città siano ben integrate e che gli abitan­ti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urba­no o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è perce­pito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme. Per questa stessa ragione, sia nell’ambiente urba­no sia in quello rurale, è opportuno preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani che li modifichino continuamente.

152.

La mancanza di alloggi è grave in molte parti del mondo, tanto nelle zone rurali quanto nelle grandi città, anche perché i bilanci statali di solito coprono solo una piccola parte della do­manda. Non soltanto i poveri, ma una gran par­te della società incontra serie difficoltà ad avere una casa propria. La proprietà della casa ha molta importanza per la dignità delle persone e per lo sviluppo delle famiglie. Si tratta di una questione centrale dell’ecologia umana. Se in un determina­to luogo si sono già sviluppati agglomerati caotici di case precarie, si tratta anzitutto di urbanizzare tali quartieri, non di sradicarne ed espellerne gli abitanti. Quando i poveri vivono in sobborghi inquinati o in agglomerati pericolosi, «.nel caso si debba procedere al loro trasferimento e per non aggiungere sofferenza a sofferenza, è necessario fornire un’adeguata e previa informazione, offri­re alternative di alloggi dignitosi e coinvolgere di­rettamente gli interessati.» Nello stesso tempo, la creatività dovrebbe portare ad integrare i quar­tieri disagiati all’interno di una città accogliente. «.Come sono belle le città che superano la sfidu­cia malsana e integrano i differenti e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di svilup­po! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!.»

153.

La qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai trasporti, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti. Nelle città cir­colano molte automobili utilizzate da una o due persone, per cui il traffico diventa intenso, si alza il livello d’inquinamento, si consumano enormi quantità di energia non rinnovabile e diventa ne­cessaria la costruzione di più strade e parcheggi, che danneggiano il tessuto urbano. Molti specia­listi concordano sulla necessità di dare priorità ai trasporti pubblici. Tuttavia alcune misure ne­cessarie difficilmente saranno accettate in modo pacifico dalla società senza un miglioramento sostanziale di tali trasporti, che in molte città comporta un trattamento indegno delle persone a causa dell’affollamento, della scomodità o della scarsa frequenza dei servizi e dell’insicurezza.

154.

Il riconoscimento della peculiare dignità dell’essere umano molte volte contrasta con la vita caotica che devono condurre le persone nelle no­stre città. Questo però non dovrebbe far dimen­ticare lo stato di abbandono e trascuratezza che soffrono anche alcuni abitanti delle zone rurali, dove non arrivano i servizi essenziali e ci sono la­voratori ridotti in condizione di schiavitù, senza diritti né aspettative di una vita più dignitosa.

155.

L’ecologia umana implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscrit­ta nella sua propria natura, relazione indispensa­bile per poter creare un ambiente più dignitoso. Affermava Benedetto XVI che esiste una «.eco­logia dell’uomo.» perché «.anche l’uomo possie­de una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere.» In questa linea, bisogna riconoscere che il nostro corpo ci pone in una re­lazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accet­tare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul pro­prio corpo si trasforma in una logica a volte sotti­le di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia uma­na. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro di­verso da sé. In tal modo è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, ope­ra di Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pre­tenda di «.cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.»

IV. Il principio del bene comune

156.

L’ecologia umana è inseparabile dalla no­zione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. È «.l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente.»

157.

Il bene comune presuppone il rispetto del­la persona umana in quanto tale, con diritti fon­damentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale. Esige anche i dispositivi di benessere e sicurezza sociale e lo sviluppo dei diversi gruppi intermedi, applicando il principio di sussidiarietà. Tra questi risalta specialmente la famiglia, come cellula primaria della società. Infine, il bene co­mune richiede la pace sociale, vale a dire la stabi­lità e la sicurezza di un determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza. Tutta la società – e in essa spe­cialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e promuovere il bene comune.

158.

Nelle condizioni attuali della società mon­diale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma imme­diatamente, come logica e ineludibile conseguen­za, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione ri­chiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium,123 esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede. Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune.

V. La giustizia tra le generazioni

159.

La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future. Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimen­to di un destino comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il piane­ta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a colo­ro che verranno. I Vescovi del Portogallo hanno esortato ad assumere questo dovere di giustizia: «.L’ambiente si situa nella logica del ricevere. È un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva.» Un’e­cologia integrale possiede tale visione ampia.

160.

Che tipo di mondo desideriamo trasmet­tere a coloro che verranno dopo di noi, ai bam­bini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parzia­le. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecolo­giche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci con­duce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interes­sati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra.

161.

Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Po­tremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha supe­rato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni. L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio di­pende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pen­siamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze.

162.

La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e cultu­rale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro. Molte volte si è di fronte ad un consumo eccessivo e miope dei genitori che danneggia i figli, che trovano sempre più difficoltà ad acqui­stare una casa propria e a fondare una famiglia. Inoltre, questa incapacità di pensare seriamente alle future generazioni è legata alla nostra inca­pacità di ampliare l’orizzonte delle nostre preoc­cupazioni e pensare a quanti rimangono esclusi dallo sviluppo. Non perdiamoci a immaginare i poveri del futuro, è sufficiente che ricordiamo i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspet­tare. Perciò, «.oltre alla leale solidarietà interge­nerazionale, occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intragenerazionale.»

CAPITOLO QUINTO – ALCUNE LINEE DI ORIENTAMENTO E DI AZIONE

163.

Ho cercato di prendere in esame la si­tuazione attuale dell’umanità, tanto nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale. Sebbene questa contemplazione della realtà in sé stessa già ci indichi la necessità di un cambio di rotta e ci suggerisca alcune azioni, proviamo ora a delineare dei grandi percorsi di dialogo che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando.

I. Il dialogo sull’ambiente nella politica internazionale

164.

Dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la ten­denza a concepire il pianeta come patria e l’u­manità come popolo che abita una casa comune. Un mondo interdipendente non significa unica­mente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione e di consumo colpi­scono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli inte­ressi di alcuni Paesi. L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune. Ma lo stesso ingegno utilizzato per un enorme svilup­po tecnologico, non riesce a trovare forme efficaci di gestione internazionale in ordine a risolvere le gravi difficoltà ambientali e sociali. Per affrontare i problemi di fondo, che non possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabi­le un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e di­versificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad as­sicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile.

165.

Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura mi­nore, il gas –, deve essere sostituita progressiva­mente e senza indugio. In attesa di un ampio svi­luppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie. Tutta­via, nella comunità internazionale non si raggiun­gono accordi adeguati circa la responsabilità di coloro che devono sopportare i costi maggiori della transizione energetica. Negli ultimi decenni le questioni ambientali hanno dato origine a un ampio dibattito pubblico, che ha fatto crescere nella società civile spazi di notevole impegno e di generosa dedizione. La politica e l’industria ri­spondono con lentezza, lontane dall’essere all’al­tezza delle sfide mondiali. In questo senso si può dire che, mentre l’umanità del periodo post-in­dustriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le pro­prie gravi responsabilità.

166.

Il movimento ecologico mondiale ha già fatto un lungo percorso, arricchito dallo sforzo di molte organizzazioni della società civile. Non sarebbe possibile qui menzionarle tutte, né riper­correre la storia dei loro contributi. Ma grazie a tanto impegno, le questioni ambientali sono state sempre più presenti nell’agenda pubblica e sono diventate un invito permanente a pensare a lun­go termine. Ciononostante, i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno rispo­sto alle aspettative perché, per mancanza di deci­sione politica, non hanno raggiunto accordi am­bientali globali realmente significativi ed efficaci.

167.

Va ricordato il Vertice della Terra celebra­to nel 1992 a Rio de Janeiro. In quella sede è stato dichiarato che «.gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo soste­nibile.» Riprendendo alcuni contenuti della Dichiarazione di Stoccolma (1972), ha sancito, tra l’altro, la cooperazione internazionale per la cura dell’ecosistema di tutta la terra, l’obbligo da parte di chi inquina di farsene carico economicamen­te, il dovere di valutare l’impatto ambientale di ogni opera o progetto. Ha proposto l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’at­mosfera per invertire la tendenza al riscaldamen­to globale. Ha elaborato anche un’agenda con un programma di azione e una convenzione sulla di­versità biologica, ha dichiarato principi in materia forestale. Benché quel vertice sia stato veramente innovativo e profetico per la sua epoca, gli accor­di hanno avuto un basso livello di attuazione per­ché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze. I principi enunciati continuano a ri­chiedere vie efficaci e agili di realizzazione pratica.

168.

Tra le esperienze positive si può menzio­nare, per esempio, la Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi, con un sistema di notificazio­ne, di livelli stabiliti e di controlli; come pure la Convenzione vincolante sul commercio inter­nazionale delle specie di fauna e flora selvatica minacciate di estinzione, che prevede missioni di verifica dell’attuazione effettiva. Grazie alla Con­venzione di Vienna per la protezione dello strato di ozono e la sua attuazione mediante il Proto­collo di Montreal e i suoi emendamenti, il proble­ma dell’assottigliamento di questo strato sembra essere entrato in una fase di soluzione.

169.

Riguardo alla cura per la diversità biologica e la desertificazione, i progressi sono stati molto meno significativi. Per quanto attiene ai cambia­menti climatici, i progressi sono deplorevolmen­te molto scarsi. La riduzione dei gas serra richie­de onestà, coraggio e responsabilità, soprattutto da parte dei Paesi più potenti e più inquinanti. La Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile denominata Rio+20 (Rio de Janei­ro 2012), ha emesso un’ampia quanto inefficace Dichiarazione finale. I negoziati internazionali non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comu­ne globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità. Men­tre si andava elaborando questa Enciclica, il di­battito ha assunto una particolare intensità. Noi credenti non possiamo non pregare Dio per gli sviluppi positivi delle attuali discussioni, in modo che le generazioni future non soffrano le conse­guenze di imprudenti indugi.

170.

Alcune delle strategie per la bassa emissio­ne di gas inquinanti puntano alla internaziona­lizzazione dei costi ambientali, con il pericolo di imporre ai Paesi con minori risorse pesanti impe­gni sulle riduzioni di emissioni, simili a quelli dei Paesi più industrializzati. L’imposizione di queste misure penalizza i Paesi più bisognosi di svilup­po. In questo modo si aggiunge una nuova in­giustizia sotto il rivestimento della cura per l’am­biente. Anche in questo caso, piove sempre sul bagnato. Poiché gli effetti dei cambiamenti clima­tici si faranno sentire per molto tempo, anche se ora si prendessero misure rigorose, alcuni Paesi con scarse risorse avranno bisogno di aiuto per adattarsi agli effetti che già si stanno producendo e colpiscono le loro economie. Resta certo che ci sono responsabilità comuni ma differenziate, semplicemente perché, come hanno affermato i Vescovi della Bolivia, «.i Paesi che hanno tratto beneficio da un alto livello di industrializzazio­ne, a costo di un’enorme emissione di gas serra, hanno maggiore responsabilità di contribuire alla soluzione dei problemi che hanno causato.»

171.

La strategia di compravendita di “crediti di emissione” può dar luogo a una nuova forma di speculazione e non servirebbe a ridurre l’emis­sione globale di gas inquinanti. Questo sistema sembra essere una soluzione rapida e facile, con l’apparenza di un certo impegno per l’ambiente, che però non implica affatto un cambiamento ra­dicale all’altezza delle circostanze. Anzi, può di­ventare un espediente che consente di sostenere il super-consumo di alcuni Paesi e settori.

172.

Per i Paesi poveri le priorità devono es­sere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti; al tempo stesso devono prendere in esame il livello scandaloso di consu­mo di alcuni settori privilegiati della loro popola­zione e contrastare meglio la corruzione. Certo, devono anche sviluppare forme meno inquinanti di produzione di energia, ma per questo hanno bisogno di contare sull’aiuto dei Paesi che sono cresciuti molto a spese dell’inquinamento attuale del pianeta. Lo sfruttamento diretto dell’abbon­dante energia solare richiede che si stabiliscano meccanismi e sussidi in modo che i Paesi in via di sviluppo possano avere accesso al trasferimen­to di tecnologie, ad assistenza tecnica e a risorse finanziarie, ma sempre prestando attenzione alle condizioni concrete, giacché «.non sempre viene adeguatamente valutata la compatibilità degli im­pianti con il contesto per il quale sono proget­tati.» I costi sarebbero bassi se raffrontati al rischio dei cambiamenti climatici. In ogni modo, è anzitutto una decisione etica, fondata sulla soli­darietà di tutti i popoli.

173.

Urgono accordi internazionali che si rea­lizzino, considerata la scarsa capacità delle istanze locali di intervenire in modo efficace. Le relazio­ni tra Stati devono salvaguardare la sovranità di ciascuno, ma anche stabilire percorsi concordati per evitare catastrofi locali che finirebbero per danneggiare tutti. Occorrono quadri regolatori globali che impongano obblighi e che impediscano azioni inaccettabili, come il fatto che Paesi potenti scarichino su altri Paesi rifiuti e industrie altamente inquinanti.

174.

Menzioniamo anche il sistema di governance degli oceani. Infatti, benché vi siano state diverse convenzioni internazionali e regionali, la fram­mentazione e l’assenza di severi meccanismi di regolamentazione, controllo e sanzione finisco­no con il minare tutti gli sforzi. Il crescente pro­blema dei rifiuti marini e della protezione delle aree marine al di là delle frontiere nazionali con­tinua a rappresentare una sfida speciale. In defini­tiva, abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali.

175.

La medesima logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la ten­denza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà. Abbiamo bisogno di una reazione glo­bale più responsabile, che implica affrontare con­temporaneamente la riduzione dell’inquinamen­to e lo sviluppo dei Paesi e delle regioni povere. Il XXI secolo, mentre mantiene una governance pro­pria di epoche passate, assiste ad una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politi­ca. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i go­verni nazionali e dotate del potere di sanzionare. Come ha affermato Benedetto XVI nella linea già sviluppata dalla dottrina sociale della Chiesa, «.per il governo dell’economia mondiale; per risa­nare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggio­ri squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per re­golamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, [san] Giovan­ni XXIII.» In tale prospettiva, la diplomazia acquista un’importanza inedita, in ordine a pro­muovere strategie internazionali per prevenire i problemi più gravi che finiscono per colpire tutti.

II. Il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali

176.

Non solo ci sono vincitori e vinti tra i Pa­esi, ma anche all’interno dei Paesi poveri, in cui si devono identificare diverse responsabilità. Per­ciò, le questioni relative all’ambiente e allo svi­luppo economico non si possono più impostare solo a partire dalle differenze tra i Paesi, ma chie­dono di porre attenzione alle politiche nazionali e locali.

177.

Dinanzi alla possibilità di un utilizzo irre­sponsabile delle capacità umane, sono funzioni improrogabili di ogni Stato quelle di pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare all’interno del proprio territorio. La società, in che modo ordi­na e custodisce il proprio divenire in un contesto di costanti innovazioni tecnologiche? Un fattore che agisce come moderatore effettivo è il diritto, che stabilisce le regole per le condotte consen­tite alla luce del bene comune. I limiti che deve imporre una società sana, matura e sovrana sono attinenti a previsione e precauzione, regolamenti adeguati, vigilanza sull’applicazione delle norme, contrasto della corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergere di effetti non desiderati dei processi produttivi, e intervento opportuno di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Esi­ste una crescente giurisprudenza orientata a ri­durre gli effetti inquinanti delle attività imprendi­toriali. Ma la struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive.

178.

Il dramma di una politica focalizzata sui ri­sultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investi­menti esteri. La miope costruzione del potere fre­na l’inserimento dell’agenda ambientale lungimi­rante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che «.il tempo è superiore allo spazio.»130, che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi princìpi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione.

179.

In alcuni luoghi, si stanno sviluppando cooperative per lo sfruttamento delle energie rin­novabili che consentono l’autosufficienza locale e persino la vendita della produzione in ecces­so. Questo semplice esempio indica che, mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza. È lì infatti che possono nasce­re una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure il pensare a quello che si lascia ai figli e ai nipoti. Questi valori hanno ra­dici molto profonde nelle popolazioni aborigene. Poiché il diritto, a volte, si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisio­ne politica sotto la pressione della popolazione.

La società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i gover­ni a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non controllano il po­tere politico – nazionale, regionale e municipa­le – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali. D’altra parte, le legislazioni munici­pali possono essere più efficaci se ci sono accordi tra popolazioni vicine per sostenere le medesime politiche ambientali.

180.

Non si può pensare a ricette uniformi, per­ché vi sono problemi e limiti specifici di ogni Pae­se e regione. È vero anche che il realismo politico può richiedere misure e tecnologie di transizione, sempre che siano accompagnate dal disegno e dall’accettazione di impegni graduali vincolanti. Allo stesso tempo, però, in ambito nazionale e locale c’è sempre molto da fare, ad esempio pro­muovere forme di risparmio energetico. Ciò im­plica favorire modalità di produzione industriale con massima efficienza energetica e minor uti­lizzo di materie prime, togliendo dal mercato i prodotti poco efficaci dal punto di vista energe­tico o più inquinanti. Possiamo anche menzio­nare una buona gestione dei trasporti o tecniche di costruzione e di ristrutturazione di edifici che ne riducano il consumo energetico e il livello di inquinamento. D’altra parte, l’azione politica lo­cale può orientarsi alla modifica dei consumi, allo sviluppo di un’economia dei rifiuti e del riciclag­gio, alla protezione di determinate specie e alla programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture. È possibile favori­re il miglioramento agricolo delle regioni povere mediante investimenti nelle infrastrutture rurali, nell’organizzazione del mercato locale o nazio­nale, nei sistemi di irrigazione, nello sviluppo di tecniche agricole sostenibili. Si possono facilitare forme di cooperazione o di organizzazione co­munitaria che difendano gli interessi dei piccoli produttori e preservino gli ecosistemi locali dalla depredazione. È molto quello che si può fare!

181.

È indispensabile la continuità, giacché non si possono modificare le politiche relati­ve ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta che cambia un governo. I risultati richiedono molto tempo e comporta­no costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo. Per questo, senza la pressione della popolazione e delle istituzioni, ci saranno sempre resistenze ad intervenire, ancor più quando ci siano urgen­ze da risolvere. Che un politico assuma queste responsabilità con i costi che implicano, non ri­sponde alla logica efficientista e “immediatista” dell’economia e della politica attuali, ma se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e la­scerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità. Occor­re dare maggior spazio a una sana politica, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose. Tuttavia, bisogna ag­giungere che i migliori dispositivi finiscono per soccombere quando mancano le grandi mete, i valori, una comprensione umanistica e ricca di significato, capaci di conferire ad ogni società un orientamento nobile e generoso.

III. Dialogo e trasparenza nei processi decisionali

182.

La previsione dell’impatto ambientale del­le iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dia­logo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfug­gono al dovere di informare ed a un dibattito ap­profondito.

183.

Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplina­re, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. I risultati economici si potranno così prevedere in modo più realistico, tenendo conto degli scenari possi­bili ed eventualmente anticipando la necessità di un investimento maggiore per risolvere effetti in­desiderati che possano essere corretti. È sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori so­ciali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative. Ma nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in consi­derazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato. Bisogna abbandonare l’i­dea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspet­ti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica an­che azioni di controllo o monitoraggio costante. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a conside­rare che cosa sia permesso o meno dalla legisla­zione.

184.

Quando compaiono eventuali rischi per l’ambiente che interessano il bene comune pre­sente e futuro, questa situazione richiede «.che le decisioni siano basate su un confronto tra rischi e benefici ipotizzabili per ogni possibile scelta alter­nativa.»131. Questo vale soprattutto se un proget­to può causare un incremento nello sfruttamento delle risorse naturali, nelle emissioni e nelle scorie, nella produzione di rifiuti, oppure un muta­mento significativo nel paesaggio, nell’habitat di specie protette o in uno spazio pubblico. Alcuni progetti, non supportati da un’analisi accurata, possono intaccare profondamente la qualità della vita di un luogo per questioni molto diverse tra loro come, ad esempio, un inquinamento acusti­co non previsto, la riduzione dell’ampiezza visua­le, la perdita di valori culturali, gli effetti dell’uso dell’energia nucleare. La cultura consumistica, che dà priorità al breve termine e all’interesse pri­vato, può favorire pratiche troppo rapide o con­sentire l’occultamento dell’informazione.

185.

In ogni discussione riguardante un’inizia­tiva imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà? In questo esa­me ci sono questioni che devono avere la priori­tà. Per esempio, sappiamo che l’acqua è una ri­sorsa scarsa e indispensabile, inoltre è un diritto fondamentale che condiziona l’esercizio di altri diritti umani. Questo è indubitabile e supera ogni analisi di impatto ambientale di una regione.

186.

Nella Dichiarazione di Rio del 1992, si sostiene che «.laddove vi sono minacce di dan­ni gravi o irreversibili, la mancanza di piene cer­tezze scientifiche non potrà costituire un motivo per ritardare l’adozione di misure efficaci.» che impediscano il degrado dell’ambiente. Questo principio di precauzione permette la protezione dei più deboli, che dispongono di pochi mezzi per difendersi e per procurare prove irrefutabili. Se l’informazione oggettiva porta a prevedere un danno grave e irreversibile, anche se non ci fosse una dimostrazione indiscutibile, qualunque pro­getto dovrebbe essere fermato o modificato. In questo modo si inverte l’onere della prova, dato che in questi casi bisogna procurare una dimo­strazione oggettiva e decisiva che l’attività propo­sta non vada a procurare danni gravi all’ambiente o a quanti lo abitano.

187.

Questo non significa opporsi a qualsia­si innovazione tecnologica che consenta di mi­gliorare la qualità della vita di una popolazione. Ma in ogni caso deve rimanere fermo che la red­ditività non può essere l’unico criterio da tener presente e che, nel momento in cui apparissero nuovi elementi di giudizio a partire dagli sviluppi dell’informazione, dovrebbe esserci una nuova valutazione con la partecipazione di tutte le par­ti interessate. Il risultato della discussione potrà essere la decisione di non proseguire in un pro­getto, ma potrebbe anche essere la sua modifica o l’elaborazione di proposte alternative.

188.

Ci sono discussioni, su questioni relative all’ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invi­to ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune.

IV. Politica ed economia in dialogo per la pienezza umana

189.

La politica non deve sottomettersi all’eco­nomia e questa non deve sottomettersi ai detta­mi e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo biso­gno in modo ineludibile che la politica e l’econo­mia, in dialogo, si pongano decisamente al ser­vizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamenta­zione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a varia­bili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapprodu­zione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In defi­nitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produ­zione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via.

190.

In questo contesto bisogna sempre ri­cordare che «.la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo fi­nanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adegua­tamente.»  Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli indivi­dui. È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pen­sare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni? All’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della natura, ai suoi tempi di degradazione e di rige­nerazione, e alla complessità degli ecosistemi che possono essere gravemente alterati dall’interven­to umano. Inoltre, quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una riserva di ri­sorse economiche che potrebbe essere sfruttata, ma non si considerano seriamente il valore reale delle cose, il loro significato per le persone e le culture, gli interessi e le necessità dei poveri.

191.

Quando si pongono tali questioni, alcuni reagiscono accusando gli altri di pretendere di fermare irrazionalmente il progresso e lo svilup­po umano. Ma dobbiamo convincerci che ral­lentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo. Gli sforzi per un uso so­stenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine. Se non abbiamo ristrettezze di vedute, possiamo scopri­re che la diversificazione di una produzione più innovativa e con minore impatto ambientale, può essere molto redditizia. Si tratta di aprire la stra­da a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo.

192.

Per esempio, un percorso di sviluppo pro­duttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investi­mento tecnologico per il consumo e quello scar­so per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza uma­na per creare e innovare, mentre protegge l’am­biente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività capace di far fiorire nuo­vamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezio­ne più ampia della qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale insi­stere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata.

193.

In ogni modo, se in alcuni casi lo svilup­po sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti de­cenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappia­mo che è insostenibile il comportamento di co­loro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in con­formità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti. Diceva Benedetto XVI che «.è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso.»

194.

Affinché sorgano nuovi modelli di pro­gresso abbiamo bisogno di «.cambiare il modello di sviluppo globale.»,136 la qual cosa implica riflet­tere responsabilmente «.sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfun­zioni e distorsioni.».137 Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la ren­dita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Sempli­cemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non la­scia un mondo migliore e una qualità di vita in­tegralmente superiore, non può considerarsi pro­gresso. D’altra parte, molte volte la qualità reale della vita delle persone diminuisce – per il de­teriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei pro­dotti alimentari o l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia. In questo quadro, il discorso della crescita sosteni­bile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e am­bientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine.

195.

Il principio della massimizzazione del pro­fitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra consi­derazione, è una distorsione concettuale dell’eco­nomia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta au­menta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un ter­ritorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento. Vale a dire che le imprese otten­gono profitti calcolando e pagando una parte in­fima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui «.i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future.».138 La razionalità strumenta­le, che apporta solo un’analisi statica della realtà in funzione delle necessità del momento, è presente sia quando ad assegnare le risorse è il mer­cato, sia quando lo fa uno Stato pianificatore.

196.

Qual è il posto della politica? Ricordiamo il principio di sussidiarietà, che conferisce libertà per lo sviluppo delle capacità presenti a tutti i li­velli, ma al tempo stesso esige più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene più potere. È vero che oggi alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi. Ma non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti della crisi attua­le. La logica che non lascia spazio a una sincera preoccupazione per l’ambiente è la stessa in cui non trova spazio la preoccupazione per integrare i più fragili, perché «.nel vigente modello “di suc­cesso” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita.»

197.

Abbiamo bisogno di una politica che pen­si con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dia­logo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sen­tendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politi­ca non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche su­perficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politi­ca sana dovrebbe essere capace di assumere que­sta sfida.

198.

La politica e l’economia tendono a in­colparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’u­tile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che «.l’unità è superiore al con­flitto.»

V. Le religioni nel dialogo con le scienze

199.

Non si può sostenere che le scienze em­piriche spieghino completamente la vita, l’intima essenza di tutte le creature e l’insieme della real­tà. Questo vorrebbe dire superare indebitamente i loro limitati confini metodologici. Se si riflette con questo quadro ristretto, spariscono la sen­sibilità estetica, la poesia, e persino la capacità della ragione di cogliere il senso e la finalità delle cose. Desidero ricordare che «.i testi religiosi classici possono offrire un significato destinato a tutte le epoche, posseggono una forza motivante che apre sempre nuovi orizzonti […]. È ragio­nevole e intelligente relegarli nell’oscurità solo perché sono nati nel contesto di una credenza re­ligiosa?.» In realtà, è semplicistico pensare che i princìpi etici possano presentarsi in modo pu­ramente astratto, slegati da ogni contesto, e il fatto che appaiano con un linguaggio religioso non toglie loro alcun valore nel dibattito pubblico. I princìpi etici che la ragione è capace di percepi­re possono riapparire sempre sotto diverse vesti e venire espressi con linguaggi differenti, anche religiosi.

200.

D’altra parte, qualunque soluzione tecnica che le scienze pretendano di apportare sarà im­potente a risolvere i gravi problemi del mondo se l’umanità perde la sua rotta, se si dimenticano le grandi motivazioni che rendono possibile il vive­re insieme, il sacrificio, la bontà. In ogni caso, oc­correrà fare appello ai credenti affinché siano co­erenti con la propria fede e non la contraddicano con le loro azioni, bisognerà insistere perché si aprano nuovamente alla grazia di Dio e attingano in profondità dalle proprie convinzioni sull’amo­re, sulla giustizia e sulla pace. Se una cattiva com­prensione dei nostri princìpi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio di­spotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possia­mo riconoscere che in tal modo siamo stati in­fedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire. Molte volte i limiti culturali di diverse epoche hanno condizionato tale consapevolezza del proprio patrimonio etico e spirituale, ma è precisamente il ritorno alle loro rispettive fonti che permette alle religioni di rispondere meglio alle necessità attuali.

201.

La maggior parte degli abitanti del pia­neta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla dife­sa dei poveri, alla costruzione di una rete di ri­spetto e di fraternità. È indispensabile anche un dialogo tra le stesse scienze, dato che ognuna è solita chiudersi nei limiti del proprio linguaggio, e la specializzazione tende a diventare isolamen­to e assolutizzazione del proprio sapere. Questo impedisce di affrontare in modo adeguato i pro­blemi dell’ambiente. Ugualmente si rende neces­sario un dialogo aperto e rispettoso tra i diversi movimenti ecologisti, fra i quali non mancano le lotte ideologiche. La gravità della crisi ecologica esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che «.la realtà è superiore all’idea.»

CAPITOLO SESTO  – EDUCAZIONE E SPIRITUALITÀ ECOLOGICA

202.

Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha biso­gno di cambiare. Manca la coscienza di un’origi­ne comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolez­za di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di ri­generazione.

I. Puntare su un altro stile di vita

203.

Dal momento che il mercato tende a crea­re un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il ri­flesso soggettivo del paradigma tecno-economico. Accade ciò che già segnalava Romano Guar­dini: l’essere umano «.accetta gli oggetti ordinari e le forme consuete della vita così come gli sono imposte dai piani razionali e dalle macchine nor­malizzate e, nel complesso, lo fa con l’impressio­ne che tutto questo sia ragionevole e giusto.» Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consu­mare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della mino­ranza che detiene il potere economico e finanzia­rio. In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini.

204.

La situazione attuale del mondo «.provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo.» Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la pro­pria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possi­bile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nem­meno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Per­ciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, so­prattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca.

205.

Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estre­mo, possono anche superarsi, ritornare a sceglie­re il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condi­zionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completa­mente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad in­coraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimen­ticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.

206.

Un cambiamento negli stili di vita potreb­be arrivare ad esercitare una sana pressione su co­loro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori. «.Acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico.» Per questo oggi «.il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi.»

207.

La Carta della Terra ci chiamava tutti a lasciarci alle spalle una fase di autodistruzione e a cominciare di nuovo, ma non abbiamo ancora sviluppato una coscienza universale che lo renda possibile. Per questo oso proporre nuovamente quella preziosa sfida: «.Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio […]. Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per la gioiosa celebrazione della vita.».

208.

È sempre possibile sviluppare una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro. Senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio, non interessa prendersi cura di qualcosa a vantaggio degli altri, manca la capa­cità di porsi dei limiti per evitare la sofferenza o il degrado di ciò che ci circonda. L’atteggiamento fondamentale di auto-trascendersi, infrangendo la coscienza isolata e l’autoreferenzialità, è la ra­dice che rende possibile ogni cura per gli altri e per l’ambiente, e fa scaturire la reazione morale di considerare l’impatto provocato da ogni azio­ne e da ogni decisione personale al di fuori di sé. Quando siamo capaci di superare l’individua­lismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambia­mento rilevante nella società.

II. Educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente

209.

La coscienza della gravità della crisi cultu­rale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini. Molti sanno che il progresso attuale e il semplice accumulo di oggetti o piaceri non bastano per dare senso e gioia al cuore umano, ma non si sentono capaci di rinunciare a quanto il mercato offre loro. Nei Paesi che dovrebbero produrre i maggiori cambiamenti di abitudini di consumo, i giovani hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consu­mo e di benessere che rende difficile la matura­zione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa.

210.

L’educazione ambientale è andata allar­gando i suoi obiettivi. Se all’inizio era molto cen­trata sull’informazione scientifica e sulla presa di coscienza e prevenzione dei rischi ambientali, ora tende a includere una critica dei “miti” della modernità basati sulla ragione strumentale (indi­vidualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole) e anche a re­cuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio. L’educazione ambien­tale dovrebbe disporci a fare quel salto verso il Mistero, da cui un’etica ecologica trae il suo sen­so più profondo. D’altra parte ci sono educatori capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettiva­mente a crescere nella solidarietà, nella responsa­bilità e nella cura basata sulla compassione.

211.

Tuttavia, questa educazione, chiamata a creare una “cittadinanza ecologica”, a volte si li­mita a informare e non riesce a far maturare del­le abitudini. L’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produ­ca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e re­agisca secondo una trasformazione personale. Solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno eco­logico. Se una persona, benché le proprie con­dizioni economiche le permettano di consumare e spendere di più, abitualmente si copre un po’ invece di accendere il riscaldamento, ciò suppone che abbia acquisito convinzioni e modi di sentire favorevoli alla cura dell’ambiente. È molto no­bile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evita­re l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegne­re le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualco­sa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità.

212.

Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffon­dono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, per­ché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmen­te. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci con­duce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo.

213.

Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la cate­chesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia, perché «.è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita.» Nella famiglia si coltivano le pri­me abitudini di amore e cura per la vita, come per esempio l’uso corretto delle cose, l’ordine e la pulizia, il rispetto per l’ecosistema locale e la protezione di tutte le creature. La famiglia è il luogo della formazione integrale, dove si dispie­gano i diversi aspetti, intimamente relazionati tra loro, della maturazione personale. Nella famiglia si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito ap­prezzamento per le cose che riceviamo, a domi­nare l’aggressività o l’avidità, e a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male. Questi pic­coli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda.

214.

Alla politica e alle varie associazioni com­pete uno sforzo di formazione delle coscienze. Compete anche alla Chiesa. Tutte le comunità cristiane hanno un ruolo importante da compiere in questa educazione. Spero altresì che nei nostri seminari e nelle case religiose di formazione si educhi ad una austerità responsabile, alla con­templazione riconoscente del mondo, alla cura per la fragilità dei poveri e dell’ambiente. Poiché grande è la posta in gioco, così come occorrono istituzioni dotate di potere per sanzionare gli at­tacchi all’ambiente, altrettanto abbiamo bisogno di controllarci e di educarci l’un l’altro.

215.

In questo contesto, «.non va trascurata […] la relazione che c’è tra un’adeguata educa­zione estetica e il mantenimento di un ambiente sano.» Prestare attenzione alla bellezza e amar­la ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico. Quando non si impara a fermarsi ad ammirare ed apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scru­poli. Allo stesso tempo, se si vuole raggiungere dei cambiamenti profondi, bisogna tener presen­te che i modelli di pensiero influiscono realmente sui comportamenti. L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla re­lazione con la natura. Altrimenti continuerà ad andare avanti il modello consumistico trasmesso dai mezzi di comunicazione e attraverso gli effi­caci meccanismi del mercato.

III. La conversione ecologica

216.

La grande ricchezza della spiritualità cri­stiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifi­co contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità. Desidero proporre ai cristiani alcune linee di spiritualità ecologica che nascono dalle convinzioni della nostra fede, perché ciò che il Vangelo ci insegna ha conseguenze sul nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Non si tratta tanto di parlare di idee, quanto soprattutto delle motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura del mondo. Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza «.qualche moven­te interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria.» Dobbiamo riconoscere che non sempre noi cri­stiani abbiamo raccolto e fatto fruttare le ricchez­ze che Dio ha dato alla Chiesa, dove la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda.

217.

Se «.i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventa­ti così ampi.» la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le pro­prie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incon­tro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esisten­za virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperien­za cristiana.

218.

Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negli­genze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «.Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore.»

219.

Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli indi­vidui possono perdere la capacità e la libertà di vin­cere la logica della ragione strumentale e finisco­no per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «.Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le pos­sibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non sa­ranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni.».154 La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria.

220.

Tale conversione comporta vari atteg­giamenti che si coniugano per attivare una cura generosa e piena di tenerezza. In primo luogo implica gratitudine e gratuità, vale a dire un ri­conoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conse­guenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi anche se nessuno li vede o li riconosce: «.Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua de­stra […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.» (Mt 6,3-4). Implica pure l’amore­vole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universa­le. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo, offrendosi a Dio «.come sacrificio vi­vente, santo e gradito.» (Rm 12,1). Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria per­sonale o di dominio irresponsabile, ma come una diversa capacità che a sua volta gli impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede.

221.

Diverse convinzioni della nostra fede, svi­luppate all’inizio di questa Enciclica, aiutano ad arricchire il senso di tale conversione, come la consapevolezza che ogni creatura riflette qualco­sa di Dio e ha un messaggio da trasmetterci, o la certezza che Cristo ha assunto in sé questo mon­do materiale e ora, risorto, dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce. Come pure il rico­noscere che Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l’essere umano non ha il diritto di ignorare. Quando leg­giamo nel Vangelo che Gesù parla degli uccelli e dice che «.nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio.» (Lc 12,6), saremo capaci di mal­trattarli e far loro del male? Invito tutti i cristia­ni a esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla rela­zione con le altre creature e con il mondo che li circonda, e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato che san Francesco d’Assisi visse in maniera così luminosa.

IV. Gioia e pace

222.

La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e in­coraggia uno stile di vita profetico e contemplati­vo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accoglie­re un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare di­strae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle pos­sibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non posse­diamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri.

223.

La sobrietà, vissuta con libertà e consa­pevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quel­li che gustano di più e vivono meglio ogni mo­mento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizza­re con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni in­soddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’an­sia. Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possi­bilità che offre la vita.

224.

La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione. Quando però si indebolisce in modo generaliz­zato l’esercizio di qualche virtù nella vita perso­nale e sociale, ciò finisce col provocare molteplici squilibri, anche ambientali. Per questo non basta più parlare solo dell’integrità degli ecosistemi. Bisogna avere il coraggio di parlare dell’integrità della vita umana, della necessità di promuovere e di coniugare tutti i grandi valori. La scomparsa dell’umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto senza alcun limite, può solo finire col nuocere alla società e all’ambiente. Non è facile maturare questa sana umiltà e una felice sobrietà se diven­tiamo autonomi, se escludiamo dalla nostra vita Dio e il nostro io ne occupa il posto, se crediamo che sia la nostra soggettività a determinare ciò che è bene e ciò che è male.

225.

D’altra parte, nessuna persona può matu­rare in una felice sobrietà se non è in pace con sé stessa. E parte di un’adeguata comprensione della spiritualità consiste nell’allargare la nostra comprensione della pace, che è molto più dell’as­senza di guerra. La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene co­mune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita. La natura è piena di parole d’amore, ma come potremo ascoltarle in mezzo al rumore costante, alla distrazione permanente e ansiosa, o al cul­to dell’apparire? Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fret­ta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente. Un’ecologia integrale richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per ri­flettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore, che vive tra di noi e in ciò che ci circonda, e la cui presenza «.non deve essere costruita, ma scoperta e svelata.»

226.

Stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a qual­cuno senza stare a pensare a ciò che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. Gesù ci insegnava questo atteggiamento quando ci invitava a guar­dare i gigli del campo e gli uccelli del cielo, o quan­do, alla presenza di un uomo in ricerca, «.fissò lo sguardo su di lui.» e «.lo amò.» (Mc 10,21). Lui sì che sapeva stare pienamente presente davanti ad ogni essere umano e davanti ad ogni creatura, e così ci ha mostrato una via per superare l’ansietà malata che ci rende superficiali, aggressivi e con­sumisti sfrenati.

227.

Un’espressione di questo atteggiamento è fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti. Propongo ai credenti che riprendano questa preziosa abitudine e la vivano con profondità. Tale momento della benedizione, anche se molto breve, ci ricorda il nostro dipendere da Dio per la vita, fortifica il nostro senso di gratitudine per i doni della creazione, è riconoscente verso quelli che con il loro lavoro forniscono questi beni, e rafforza la solidarietà con i più bisognosi.

V. Amore civile e politico

228.

La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di co­munione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratui­to, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto spe­riamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale.

229.

Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una re­sponsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, pren­dendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di ricono­scere che questa allegra superficialità ci è servi­ta a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.

230.

L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci in­vita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’e­goismo. Viceversa, il mondo del consumo esa­sperato è al tempo stesso il mondo del maltratta­mento della vita in ogni sua forma.

231.

L’amore, pieno di piccoli gesti di cura re­ciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mon­do migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «.macro-relazioni, rappor­ti sociali, economici, politici.» Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una «.ci­viltà dell’amore.» L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: «.Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalu­tare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale – facendone la norma co­stante e suprema dell’agire.» In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidia­ni, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società. Quando qualcuno rico­nosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ri­cordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.

232.

Non tutti sono chiamati a lavorare in ma­niera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazio­ni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abban­donato, un paesaggio, una piazza), per protegge­re, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recupe­rano legami e sorge un nuovo tessuto sociale lo­cale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tem­po consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, posso­no trasformarsi in intense esperienze spirituali.

VI. I segni sacramentali e il riposo celebrativo

233.

L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero.159 L’ideale non è solo passare dall’esteriori­tà all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’a­nima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «.La con­templazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature.»

234.

San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo «.si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano.» Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimen­ta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così «.sente che Dio è per lui tutte le cose.» Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve de­positarsi nel Signore: «.Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fio­rite e odorose. Come quelle montagne è l’Ama­to per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me.»

235.

I Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraver­so il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso. L’acqua, l’olio, il fuoco e i colori sono assunti con tutta la loro forza sim­bolica e si incorporano nella lode. La mano che benedice è strumento dell’amore di Dio e riflesso della vicinanza di Cristo che è venuto ad accom­pagnarci nel cammino della vita. L’acqua che si versa sul corpo del bambino che viene battez­zato è segno di vita nuova. Non fuggiamo dal mondo né neghiamo la natura quando voglia­mo incontrarci con Dio. Questo si può perce­pire specialmente nella spiritualità dell’Oriente cristiano: «.La bellezza, che in Oriente è uno dei nomi con cui più frequentemente si suole espri­mere la divina armonia e il modello dell’umanità trasfigurata, si mostra dovunque: nelle forme del tempio, nei suoni, nei colori, nelle luci e nei pro­fumi.» Per l’esperienza cristiana, tutte le crea­ture dell’universo materiale trovano il loro vero senso nel Verbo incarnato, perché il Figlio di Dio ha incorporato nella sua persona parte dell’uni­verso materiale, dove ha introdotto un germe di trasformazione definitiva: «.Il Cristianesimo non rifiuta la materia, la corporeità; al contrario, la va­lorizza pienamente nell’atto liturgico, nel quale il corpo umano mostra la propria natura intima di tempio dello Spirito e arriva a unirsi al Signore Gesù, anche Lui fatto corpo per la salvezza del mondo.».

236.

Nell’Eucaristia il creato trova la sua mag­giore elevazione. La grazia, che tende a manifestarsi in modo sensibile, raggiunge un’espressio­ne meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il Si­gnore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia. Non dall’alto, ma da den­tro, affinché nel nostro stesso mondo potessimo incontrare Lui. Nell’Eucaristia è già realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al Figlio incarnato, presente nell’Eucari­stia, tutto il cosmo rende grazie a Dio. In effetti l’Eucaristia è di per sé un atto di amore cosmico: «.Sì, cosmico! Perché anche quando viene cele­brata sul piccolo altare di una chiesa di campa­gna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo sen­so, sull’altare del mondo.» L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eu­caristico «.la creazione è protesa verso la diviniz­zazione, verso le sante nozze, verso l’unificazio­ne con il Creatore stesso.» Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad es­sere custodi di tutto il creato.

237.

La domenica, la partecipazione all’Eucari­stia ha un’importanza particolare. Questo giorno, così come il sabato ebraico, si offre quale giorno del risanamento delle relazioni dell’essere umano con Dio, con sé stessi, con gli altri e con il mon­do. La domenica è il giorno della Risurrezione, il “primo giorno” della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata. Inoltre, questo giorno annuncia «.il riposo eterno dell’uomo in Dio.» In tal modo, la spiritualità cristiana integra il valore del riposo e della festa. L’essere umano tende a ridurre il riposo con­templativo all’ambito dello sterile e dell’inutile, dimenticando che così si toglie all’opera che si compie la cosa più importante: il suo significa­to. Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra ma­niera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfre­nata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio perso­nale. La legge del riposo settimanale imponeva di astenersi dal lavoro nel settimo giorno, «.perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il fo­restiero.» (Es 23,12). Il riposo è un ampliamento dello sguardo che permette di tornare a riconoscere i diritti degli altri. Così, il giorno di riposo, il cui centro è l’Eucaristia, diffonde la sua luce sull’intera settimana e ci incoraggia a fare nostra la cura della natura e dei poveri.

VII. La Trinità e la relazione tra le creature

238.

Il Padre è la fonte ultima di tutto, fonda­mento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vinco­lo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Per­sone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, «.quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità.»

239.

Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «.testimonia che Dio è trino.». Il riflesso della Trinità si poteva rico­noscere nella natura «.quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato.» Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere sponta­neamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a legge­re la realtà in chiave trinitaria.

240.

Le Persone divine sono relazioni sussi­stenti, e il mondo, creato secondo il modello divi­no, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni esse­re vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intreccia­no segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la per­sona umana tanto più cresce, matura e si santi­fica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgor­ga dal mistero della Trinità.

VIII. La regina di tutto il creato

241.

Maria, la madre che ebbe cura di Gesù, ora si prende cura con affetto e dolore materno di questo mondo ferito. Così come pianse con il cuore trafitto la morte di Gesù, ora ha compas­sione della sofferenza dei poveri crocifissi e delle creature di questo mondo sterminate dal potere umano. Ella vive con Gesù completamente tra­sfigurata, e tutte le creature cantano la sua bellez­za. È la Donna «.vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo.» (Ap 12,1). Elevata al cielo, è Madre e Regina di tutto il creato. Nel suo corpo glorificato, insieme a Cristo risorto, parte della creazione ha raggiun­to tutta la pienezza della sua bellezza. Lei non solo conserva nel suo cuore tutta la vita di Gesù, che «.custodiva.» con cura (cfr Lc 2,19.51), ma ora anche comprende il senso di tutte le cose. Perciò possiamo chiederle che ci aiuti a guardare questo mondo con occhi più sapienti.

242.

Insieme a lei, nella santa famiglia di Na­zaret, risalta la figura di san Giuseppe. Egli ebbe cura e difese Maria e Gesù con il suo lavoro e la sua presenza generosa, e li liberò dalla violenza degli ingiusti portandoli in Egitto. Nel Vangelo appare come un uomo giusto, lavoratore, forte. Ma dalla sua figura emerge anche una grande te­nerezza, che non è propria di chi è debole ma di chi è veramente forte, attento alla realtà per amare e servire umilmente. Per questo è stato di­chiarato custode della Chiesa universale. Anche lui può insegnarci ad aver cura, può motivarci a lavorare con generosità e tenerezza per protegge­re questo mondo che Dio ci ha affidato.

IX. Al di là del sole

243.

Alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio (cfr 1 Cor 13,12) e potremo leggere con gioiosa ammirazione il mi­stero dell’universo, che parteciperà insieme a noi della pienezza senza fine. Sì, stiamo viaggiando verso il sabato dell’eternità, verso la nuova Ge­rusalemme, verso la casa comune del cielo. Gesù ci dice: «.Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» (Ap 21,5). La vita eterna sarà una meraviglia condi­visa, dove ogni creatura, luminosamente trasfor­mata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati.

244.

Nell’attesa, ci uniamo per farci carico di questa casa che ci è stata affidata, sapendo che ciò che di buono vi è in essa verrà assunto nella festa del cielo. Insieme a tutte le creature, cammi­niamo su questa terra cercando Dio, perché «.se il mondo ha un principio ed è stato creato, cerca chi lo ha creato, cerca chi gli ha dato inizio, colui che è il suo Creatore.» Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza.

245.

Dio, che ci chiama alla dedizione genero­sa e a dare tutto, ci offre le forze e la luce di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Nel cuore di questo mondo rimane sempre presente il Signore della vita che ci ama tanto. Egli non ci abban­dona, non ci lascia soli, perché si è unito defini­tivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade. A Lui sia lode!

* * *

246.

Dopo questa prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme, propongo due preghiere, una che possiamo condividere tutti noi che crediamo in un Dio creatore e padre, e un’altra affinché noi cristiani sappiamo assumere gli im­pegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone.

Preghiera per la nostra terra

Altissimo Signore,

che sei presente in tutto l’universo

e nella più piccola delle tue creature,

Tu che circondi con la tua tenerezza

tutto quanto esiste,

riversa in noi la forza del tuo amore

affinché ci prendiamo cura

della vita e della bellezza.

Inondaci di pace,

perché viviamo come fratelli e sorelle

senza nuocere a nessuno.

Padre dei poveri,

aiutaci a riscattare gli abbandonati

e i dimenticati di questa terra

che tanto valgono ai tuoi occhi.

Risana la nostra vita,

affinché proteggiamo il mondo

e non lo deprediamo,

affinché seminiamo bellezza

e non inquinamento e distruzione.

Tocca i cuori

di quanti cercano solo vantaggi

a spese dei poveri e della terra.

Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,

a contemplare con stupore,

a riconoscere che siamo profondamente uniti

con tutte le creature

nel nostro cammino verso la tua luce infinita.

Grazie perché sei con noi tutti i giorni.

Sostienici, per favore, nella nostra lotta

per la giustizia, l’amore e la pace.

Preghiera cristiana con il creato

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature,

che sono uscite dalla tua mano potente.

Sono tue, e sono colme della tua presenza

e della tua tenerezza.

Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù,

da te sono state create tutte le cose.

Hai preso forma nel seno materno di Maria,

ti sei fatto parte di questa terra,

e hai guardato questo mondo con occhi umani.

Oggi sei vivo in ogni creatura

con la tua gloria di risorto.

Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce

orienti questo mondo verso l’amore del Padre

e accompagni il gemito della creazione,

tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene.

Laudato si’!

Signore Dio, Uno e Trino,

comunità stupenda di amore infinito,

insegnaci a contemplarti

nella bellezza dell’universo,

dove tutto ci parla di te.

Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine

per ogni essere che hai creato.

Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti

con tutto ciò che esiste.

Dio d’amore, mostraci il nostro posto

in questo mondo come strumenti del tuo affetto

per tutti gli esseri di questa terra,

perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.

Illumina i padroni del potere e del denaro

perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,

amino il bene comune, promuovano i deboli,

e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.

I poveri e la terra stanno gridando:

Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce,

per proteggere ogni vita,

per preparare un futuro migliore,

affinché venga il tuo Regno

di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.

Laudato si’! Amen

Dato a Roma, presso San Pietro, il 24 maggio, Solennità di Pentecoste, dell’anno 2015, terzo del mio Pontificato.

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