Il Miracolo di Santa Rosalia

Sul finire del XVI secolo il culto verso Santa Rosalia si andò via via affievolendo. Nel 1624 un evento prodigioso risvegliò il culto verso la santuzza. In quell’anno un vascello proveniente da x approdò a Palermo, portando con se un terribile male: la peste.
In città vennero edificati diversi lazzaretti, le scuole e i tribunali furono chiusi, chi veniva colto dal male doveva segnalarlo alle autorità.
Nell’ottobre del 1623 Santa Rosalia apparve ad una certa Girolama Gatto che si trovava in fin di vita, tant’è che aveva già ricevuto gli ultimi sacramenti. Presentandosi in abiti monacali, Santa Rosalia dice alla donna: “Non dubitare, che guarirai: fa’ voto d’andare al Monte Pellegrino”. Il mattino seguente la donna fu libera dalla peste, ma decie di espletare il voto l’anno seguente, il 26 maggio 1624, giorno di pentecoste. Giunta sul monte pellegrino con altre sue amiche, la donna rimase nella grotta da sola quando le apparve la Vergine Maria ed il bambino e Santa Rosalia, che ancora non aveva rivelato la sua identità. La monachella le indicò un punto nella grotta in cui scavare per trovare le sue reliquie. Avvertiti i frati che si trovavano in un convento vicino, la donna, assieme ad altri uomini, iniziò a scavare fin quando il 10 luglio (dopo più di un mese) non trovarono un enorme sasso.

(Cascini pp.23-24)
Nello stesso periodo in cui si era iniziato a scavare approdava, prima a Trapani e poi a Palermo, un vascello che portava la peste.

La grotta della Quisquina e il ritrovamento dell’epigrafe

A seguito del ritrovamento delle ossa della Santa sul monte Pellegrino (15 luglio 1624), due muratori palermitani (Simone Tropiano e Francesco Bongiorno) che si trovavano nel paese di Santo Stefano Quisquina per lavorare, presi dall’entusiasmo si misero alla ricerca del luogo dove si diceva si trovasse la grotta: da più di cinquant’anni si erano infatti perse le tracce (vedi l’antico culto di S. Rosalia a Santo Stefano Quisquina).
Ritrovato il luogo, decisero di ritornarvi l’indomani (il 24 agosto 1624) con gli strumenti necessari per farsi largo tra i sassi e la fitta vegetazione. Con loro giunsero anche altre venti persone.

Una volta calati all’interno della grotta, “nella quale nessuno per l’innanzi era entrato” Sanfilippo, 1840, p. 42), trovarono delle lettere incise sulla roccia. Trascritte fedelmente queste lettere furono sottoposte ai padri della Compagnia di Gesù di Bivona. Nella roccia si leggeva: «Ego Rosalia Sinibaldi Quisquina Et Rosarum Domini filia Amore Dni mei Jesu Cristi ini hoc antro habitaridecrevi» (Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta). Sull’autenticità della scritta ancora oggi ci si interroga, anche se il Cascini, già nel 1651 scriveva che gli intagli erano già profondi e impietriti.